La prima volta - Un'esperienza di speleologia artificiale: l'acquedotto romano di Gravina
16.11.1999
La prima volta - Un’esperienza di speleologia artificiale: l’acquedotto romano di Gravina
Nell'ormai lontano 1996, il GPG ha vissuto un'esperienza di speleologia artificiale, si è impegnato nello studio di un acquedotto, presumibilmente romano, situato a Gravina di Puglia.Il Consorzio Sidin ha svolto il ruolo di coordinatore, poiché si occupa della ricerca, valorizzazione e fruibilità dell’area archeologica di Gravina di Puglia, già oggetto di studio negli anni ‘60, rimasta in abbandono, nonostante gli scavi non abbiano mai deluso le aspettative dei ricercatori. La committenza è stata del Centro Studi Sotterranei di Genova.
Nel progetto iniziale erano richiesti: il rilievo della cavità, le indagini storiche, la raccolta di materiale iconografico, la rappresentazione virtuale in 3D e infine il plastico in scala dell’acquedotto; successivamente i nostri compiti sono stati ridotti sia per ragioni di tempo che di costi per la realizzazione.
Il lavoro è stato svolto in circa tre mesi ed ha visto impegnati parecchi componenti del gruppo, ognuno a seconda delle proprie competenze ed inclinazioni: chi reggeva il metro, chi disegnava, chi si dilettava con la macchina fotografica e chi semplicemente si guardava intorno, commentando e osservando i segni del faticoso lavoro dei nostri avi.
L’acquedotto è ubicato in contrada Padre Eterno (fig. 1), segue per un tratto il ciglio della gravina e la vasta necropoli, la quale è tuttora oggetto di studio, riaffiorano sepolture databili dalla metà del VII sec. a.C. alla fine del IV sec. a.C.; il materiale archeologico recuperato è custodito nei depositi dei musei di Taranto, Gioia del Colle, Altamura e Bari, una piccola parte nel museo della Fondazione Pomarici Santomasi di Gravina.
Il condotto è lungo circa tre chilometri e mezzo, il dislivello è di 7 metri, serviva la antica città di Silvium, così era chiamata Gravina di Puglia dai Romani, attraversa nell’ultimo tratto la gravina percorrendo un ponte ad archi, è stato utilizzato fino agli anni settanta, infatti le sue sorgenti di interstrato, al contatto tra calcare e tufo
, sono ancora parzialmente attive. La zona di captazione è facilmente localizzabile presso la fontana S. Angelo, a circa 50 metri guardando la collina di Botromagno, si può individuare una costruzione con volta a botte ribassata, l’ingresso è al di sotto del piano di calpestio. Il tipo di copertura appena citato, segna il perimetro di una vasca di decantazione, in cui le sorgenti riversano l’acqua che, successivamente, priva di sedimenti defluisce nel condotto. Si tratta di una krene, poiché in genere tutte le prese di sorgente venivano progettate come tali a cui attingere l’acqua sorgiva con secchi o brocche. Esempi di krenai arcaiche sono quella di Delfi (fig. 5) in cui confluivano le acque della gola di Castalia, dotata di numerose bocche con zampilli e di Atene che, secondo la documentazione storica, fu costruita dai figli di Pisitrato presso la Fonte Calliroe.
Uno dei pochi segni che permettono di attribuire l’acquedotto ai cantieri romani è il basamento di uno dei muri portanti della krene, potrebbe essere un esempio di opus caementicium, è facilmente distinguibile dalla manifattura della parte superiore realizzata con pietra calcarea (fig. 6); dalla vasca si snodano la condotta principale e due secondarie di lunghezza ridotta, le quali svolgono la funzione di drenaggio essendo poste ad un livello inferiore; non è stato possibile rilevarle per la scarsa visibilità in acqua.
Le gallerie sono scavate nel tufo o nel calcare, per alcuni tratti sono costruite o rivestite con blocchi regolari, la sezione è variabile dai 50 cm ai 4 m di altezza e dai 70 cm ai 120 cm di larghezza (fig. 7-8), solitamente i cunicoli scavati nella roccia avevano un’altezza pari o superiore a quella media di un uomo come ad esempio quelli dell’acquedotto di Atene ed Olinto.
Le tecniche di scavo riprendono quelle fondamentali dell’antica ingegneria idraulica e sono molteplici, nel nostro caso non trattandosi di un terreno franoso, per il quale è necessaria la puntellatura del soffitto lo scavo è stato effettuato con uno scalpello, si possono notare i segni che a seconda della consistenza della parete, cambiano direzione, è così chiara la traccia che si può misurare la larghezza dello scalpello stesso che è di 4,5 cm, in alcuni punti ne è stato utilizzato anche uno scheggiato. Il lavoro era organizzato in squadre, procedeva in due versi opposti, infatti in un punto preciso è evidente che le due squadre non abbiano seguito la stessa direzione, per questo la galleria è stata ricongiunta formando un percorso a Z.
Nella zona in cui il cunicolo è ricostruito, si suppone che la copertura sia crollata ad opera di agenti esterni quali pioggia e vento, che hanno contribuito ad assottigliare lo strato superiore, e la coltivazione estensiva dell’area attraverso l’utilizzo di mezzi pesanti. I conci sono posti direttamente su piedritti oppure adagiati su mensolette aggettanti; tale operazione risultava difficile dall’esterno, complicata dall’interno, essendo la centinatura un elemento provvisorio destinato ad essere continuamente smontato con l’avanzare dei lavori (fig. 9). Il tutto complicava ulteriormente il transito di operai e materiale che già risultava lento e difficile; le condizioni di lavoro, nei tratti più stretti, erano disastrose per la mancanza di luce ed aria; l’unica fonte di illuminazione era costituita da piccoli lumi posti all’interno di nicchie scavate nelle pareti, all’altezza di circa 1 metro e a distanza regolare.
L'intercalare di pozzi scavati ad una distanza media di 50 metri, permetteva di stabilire in superficie la direzione del condotto e di effettuarne lo scavo; successivamente rendeva possibile l'areazione degli ambienti ipogei e gli interventi di manutenzione, che consistevano nella pulitura del fondo dai depositi detritici. Ogni pozzo ha una misura di cm 60 x 60, l'altezza è variabile, gli elementi che permettono di identificarlo, qualora il condotto verticale non sia più visibile, sono le vaschette di decantazione che ne formano la base e le pedarole scavate sulle pareti per la discesa e la risalita (fig. 10).Nell’acquedotto non ci sono tubazioni anche se i canali tracciati sul fondo, in altri esempi di gallerie, servivano proprio da supporto alle condotte di terracotta o piombo, è facile dedurre che siano state trafugate o che fosse il letto stesso a trasportare l’acqua alla città; in alcuni tratti, infatti il cunicolo presenta delle strozzature che imprimono all’acqua una maggior pressione.
L’unico reperto di tubatura trovato è di circa un metro di lunghezza, è addossato alla parete esposta a NE, potrebbe appartenere ad un acquedotto parallelo oppure è una deviazione di quello esistente. La tubazione è del tipo KK (fig. 11), con moduli che si innestano ad incastro, la forma è assimilabile ad un cilindro che si restringe leggermente ad una estremità per il raccordo.
All’interno della galleria abbiamo riscontrato particolari iscrizioni: una data 1675 difficilmente decifrabile e una sigla PAGISIA o FAGISIA, la prima può essere attribuita ad un lavoro di restauro ad opera degli Orsini che furono signori di Gravina, la seconda potrebbe essere il nome del direttore dei lavori di scavo oppure una sigla convenzionale.
Gli interrogativi sono tanti, così come le ipotesi sul sito…… infatti da uno studio sommario della cartografia sembra che il nostro acquedotto non sia l’unico!
Graziana Quinto
Bibliografia
Archeologia dell’acqua, Renate Tölle - Kastenbein, Longanesi & C., Milano, 1990.
“PROGETTO THERESIA” - Sezione di Speleologia Urbana della Società Adriatica di Speleologia.
Gazzetta del Mezzogiorno del 2.9.96 “Sulla Murgia rivive la magica Sidion”.