A congresso nella capitale francese gli speleologi di trenta nazioni

16.11.2001

A congresso nella capitale francese gli speleologi di trenta nazioni

Accolta con larghissima maggioranza di voti la proposta italiana di tenere nel nostro paese il prossimo congresso internazionale della scienza delle grotte. Guardavano a Castellana gli speleologi italiani e stranieri.

Parigi ha mostrato agli speleologi di trenta nazioni il suo volto più giocondo: giornate serene, splendide, ha serbato la capitale francese per tutta la durata del Congresso internazionale di speleologia.
Figura 1 - Palazzo della Provincia di Bari, in cui si tenne il VI Congresso Nazionale di Speleologia dal 21 al 26 ottobre 1950 Ogni mattina si guardava il cielo in cerca di un oroscopo per la giornata che incominciava. Soprabiti e impermeabili non uscirono dagli armadi delle nostre stanze nella città universitaria. Pensarono le piogge artificiali a mantenere vivace il festoso assortimento di colori dei fiori lungo le aiuole dei meravigliosi giardini di Parigi, les Tuileries, il Lussemburgo, il Jardin des plantes, il Bois de Boulogne.
Negli anfiteatri dei musei di storia naturale del Jardin des plantes si tennero le riunioni di studio seguite da attive discussioni sui temi svolti dai partecipanti. Ciascuno di noi portò a Parigi qualcosa di nuovo da esporre ai colleghi di altri paesi. Quasi tutti avevamo una scoperta da far conoscere o cose nuove da rivelare. Tutti i problemi dell’esplorazione e dello studio delle grotte furono toccati, dalla tecnica delle difficili discese sotterranee, allo studio morfologico delle grotte, dai complessi problemi dell’idrologia carsica a quelli del popolamento animale delle caverne, all’insediamento umano trogloditico di tutte le età. C’era un po’ di gloria per tutti! Ciascuno parlò nella lingua del suo paese, ma sovente ricorrevamo al francese per farci intendere più presto da tutti.
Mettevamo naturalmente subito le mani avanti scusandoci dell’imperfetta nostra conoscenza dell’idioma straniero.
Il francese è familiare agli italiani, ma ci vuol sempre un po’ d’accortezza a intavolare lì per lì una discussione, per improvvisare un intervento su comunicazioni altrui o per presiedere una riunione, sia pur quella di colleghi pieni di comprensione. Leggevano quasi tutti le loro comunicazioni, ma erano più attentamente seguite le esposizioni a viva voce di chi parlava seguendo un breve foglietto di appunti per non perdere il filo conduttore delle sue idee intorno a un argomento lungamente meditato.
I colleghi francesi illustrarono i loro moderni mezzi per la discesa nelle profonde voragini dei Pirenei o dell’Ardeche. Bandite per sempre le vecchie scale di corda, troppo ingombranti, di peso eccessivo (specialmente dopo essere a lungo rimaste nell’umidore sotterraneo) sono oggi le scale interamente metalliche che trovano largo impiego nelle più ardite discese, sono le scale in cavi d’acciaio, con pioli in leggero metallo inossidabile che portano i più audaci esploratori ad oltre seicento metri di profondità.
È una parola, ma provatevi soltanto a pensare a una calata di oltre mezzo chilometro in un oscuro meandro verticale, in una serie di pozzi naturali e pensate all’estenuante fatica della salita dopo avere a lungo esplorato il fondo.
Per le lunghe esplorazioni si ricorre largamente oggi a bivacchi sotterranei sotto la tenda, con brevi riposi nel sacco a pelo per le grotte freddissime, dove le stalattiti e le stalagmiti di ghiaccio sostituiscono le concrezioni di alabastro.
Vedemmo esposto l’argano della spedizione speleologica in cui trovò la morte Marcel Loubens (1).
Un bullone poco serrato (per il timore di un corto circuito nel cavo telefonico coassiale con la corda d’acciaio di manovra) costò la vita al valoroso giovane collega francese. Nessuno parlò dello scomparso, e ci guardammo bene dal farlo noi ospiti; non si osò rileggere la triste pagina della speleologia francese.
Pozzi carsici profondi, vaste caverne recentemente scoperte ed esplorate, le particolari caratteristiche morfologiche di alcuni di essi furono i temi più comuni.
Ma l’attenzione maggiore la vedemmo concentrata nella distribuzione nei vari continenti di alcune specie animali ipogee che consente ricostruzioni paleo-geografiche, ricostruzioni che riportano a galla antichi concetti sulla scomparsa Tirrenide e sulle terre sommerse nell’alto nostro Adriatico.
Interessanti le comunicazioni sull’habitat umano nelle grotte, sulle impronte del passaggio dell’uomo paleolitico trovate in una grotta francese, sulle orme dell’orso speleo che contendeva ai nostri avi il diritto d’asilo negli antri; parlai della grotta delle Mura di Monopoli, della remota fauna diluviale che popolò il territorio costiero, del particolare aspetto dell’industria litica dell’uomo che visse nell’antro costiero.
Le belle lame di selce, le punte accurate, i raschiatoi, il ciottolo di dura roccia silicea inciso dall’artista vissuto qualche decennio di migliaia di anni fa, destarono vivo interesse specie nei colleghi francesi e spagnoli.
Ammiratissime le grandi belle diapositive (su fondo opalino) della nostra Castellana dei bravi Mastrorilli e Ficarelli (2): le uniche diapositive presenti nella mostra della documentazione fotografica del mondo sotterraneo.
E fu un continuo insistente domandare di spiegazioni sulla tecnica delle fotografie, sul materiale impiegato. Per tre buone serate assistemmo alla proiezione di film documentari sulle esplorazioni speleo. La Yugoslavia presentò nella prima serata uno splendido cortometraggio di Postumia, divenuta Postojna dal 21 aprile 1945, l’indomani della mia partenza. Sulla lontana tela bianca passavano le inquadrature più vive dell’indimenticato mondo sotterraneo e passavano e ripassavano nel cuore i ricordi degli anni trascorsi lassù, del fervore di opere geniali compiute dall’Italia per mirabili creazioni sotterranee, rimaste al di là dei nuovi confini.
Ma l’accoglienza più calorosa toccò ai due film dell’ultima serata: quello di un regista di diciassette anni, autore anche del commento parlato e dell’accompagnamento musicale, un ragazzo che non era presente in sala perché suo padre non aveva potuto accompagnarlo alla proiezione!
D’impensabile bellezza il lungo film a colori (a passo ridotto) di un’esplorazione sotterranea in suolo francese che verrà presentata al prossimo festival della cinematografia alpina a Trento. Il giovane regista, se non giovanissimo, si era calato con la sua macchina da presa e con le sorgenti luminose a notevole profondità affrontando cascate d’acqua fredda e traversate in canotto di impetuosi torrenti sotterranei.
L’ultima giornata, esaurite le comunicazioni scientifiche, si tirarono le somme.
Il presidente del Congresso, il prof. René Jeannel (3), un dotto bio-speleologo (che conobbi a Postumia nel 1940), riassunse l’attivo lavoro compiuto dalle varie sezioni: quasi una settantina di comunicazioni presentate e discusse!
Si lesse il nuovo statuto dei congressi internazionali di speleologia che recava come novità l’aggiunta della lingua russa alle lingue ufficiali finora riconosciute.
Il russo si disse da alcuni è conosciuto da decine di milioni di persone in Europa e in Asia. Resta però scarsissima l’attività speleologica dei russi.
Una piccola pedina mossa abilmente sulla scacchiera dei rapporti internazionali fra i rappresentanti dei vari continenti.
Si giunse infine al momento che noi attendevamo fin dal primo giorno del congresso, il momento di scegliere la sede del futuro congresso internazionale.
Lo statuto prevede che le proposte dei vari Stati siano messe ai voti dell’assemblea di chiusura.
Sul tavolo della presidenza c’era l’invito ufficiale del capo della missione italiana, il prof. Michele Gortani (4), rivolto a nome del Consiglio Nazionale delle Ricerche, la massima autorità scientifica italiana.
E quando il presidente mi concesse la parola confermai a nome degli italiani presenti il nostro invito ai colleghi speleologi di riunirsi in Italia per il prossimo congresso.
La patria di Leonardo che per primo intuì l’origine delle grotte dal corso delle acque sotterranee, la patria di Giovan Giorgio Trissino (5), il primo esperto che segnalò la fauna vivente nelle caverne osservando i bianchi nifargus acquatici dei covoli vicentini, sarà onorata di accogliere nel 1957 gli studiosi delle grotte e gli amici esploratori del mondo sotterraneo di tutte le nazioni civili.
Mi seguì il giovane rappresentante della speleologia austriaca che vantò per il suo paese il primato delle più ampie caverne d’Europa, l’Eisriesenwelt (6 nella Stiria: una rete di vie sotterranee che si estende con un percorso complessivo di una quarantina di chilometri!.
Seguirono attimi di silenzio, un silenzio eloquente. Parlavano gli occhi di noi italiani, nell’attesa della votazione. Una fortissima maggioranza, 67 contro 15, accolse l’invito italiano.
Ringraziai brevemente i colleghi delle nazioni che ci avevano accordato la loro fiducia.
Il mio pensiero, quello di tutti gli speleologi italiani era in quell’attimo a Castellana e a Castellana pensavano molti amici stranieri, vecchie conoscenze e giovani incontrati nelle giornate del congresso.
Favorevoli all’Italia, quale sede del futuro congresso inoltre anche i delegati yugoslavi, e ne fui lieto. Pensavo alla mole di lavoro che ci attendeva per il 1957, al quale penso fin d’ora, alla scadenza di un grave impegno d’onore che comportava in particolar modo alla Puglia del commissario e del direttore dell’Ente del Turismo di Bari che avevano con insistenza chiesto al nostro Consiglio Nazionale delle Ricerche di compiere il passo ufficiale perché all’Italia toccasse l’onore di accogliere il prossimo congresso della scienza delle grotte.
Il successo del IV Congresso Nazionale del 1950 (7), per il quale gli enti turistici delle cinque provincie pugliesi avevano dato tanto, era l’avvallo più solenne all’impegno che assumevano di fronte al mondo.
Pensavo a Castellana, alle nostre grotte, alle opere in corso, a quelle d’immediata attuazione, a quelle progettate per il futuro.
Castellana mostrerà un volto nuovo agli speleologi che nel 1957 (8) vi giungeranno da terre vicine e lontane, un volto abbellito, in una leggiadra cornice di verde, sul luminoso sfondo azzurro del cielo del nostro mezzogiorno.

Note

1.
Marcel Loubens, speleologo francese, amico di Norbert Casteret, morì il 14 agosto 1952 cadendo tragicamente durante l’esplorazione della Grotta della Pierre Saint-Martin sui Pirenei, in Francia. Egli ci ha lasciato la nota e toccante preghiera: “Signore, ti ho cercato tra vette e abissi e dovunque ho trovato palese il tuo segno, ma, quaggiù, più che mai, la mia anima è piena della Tua pace.” ^^^

2.
Mastrorilli e Ficarelli, fotografi pugliesi che realizzarono i primi importanti reportages fotografici sulle Grotte di Castellana. ^^^

3.
Prof. René Jeannel, biospeleologo francese autore del famoso libro Les fossiles vivants des cavernes, pubblicato a Parigi nel 1943. ^^^

4.
Prof. Michele Gortani, ordinario di Geologia per circa un trentennio presso l’Università di Bologna, fu il maestro del prof. Franco Anelli. Grande appassionato di carsismo, egli indirizza il giovane Anelli verso lo studio e l’amore per il mondo sotterraneo. ^^^

5.
Giovan Giorgio Trissino, letterato vicentino, in una lettera indirizzata al bolognese Leandro Alberti nel 1550, fu il primo a citare la presenza di animali viventi in grotta. Infatti, descrivendo i bacini d’acqua esistenti nella “Cava” di Costozza sui Colli Berici nel Veneto, egli dice: “Ne la detta acqua non si trovano pesci di sorte nuina, salvo che alcuni gambaretti piccolini simili a li gambarelli marini, che si vendeno in Venetia”. I gamabretti del Trissino non sono altro che i crostacei antipodi del gener Niphargus, che saranno descritti poi quattro secoli più tardi da uno zoologo tedesco, lo Schellenberg, col nome di Niparghus costozzae. ^^^

6.
Eisriesenwelt (letteralmente, il mondo dei giganti di ghiaccio) è una cavità austriaca che si estende per 42 km. Essa si trova a 34 km a SSE di Salisburgo e a 1.656 metri d’altitudine. E’ la più importante cavità con ghiaccio del mondo; la prima parte della grotta (circa 1 km) contiene migliaia di m3 di ghiaccio. Esso copre una superficie di cirac 30.000 m2 e raggiunge in molti punti uno spessore di 20 metri. La cavità è attrezzata turisticamente, ma la visita si effettua con lampade fornite dalle guide. ^^^

7.
Il VI Congresso nazionale di Speleologia si tenne a Bari, presso il Palazzo della Provincia, dal 21 al 26 ottobre del 1950. Fu organizzato dall’Ente Provinciale per il Turismo di Bari in collaborazione con la Direzione delle Grotte di Castellana. Il Segretario Generale del Congresso fu ovviamente lo stesso prof. Franco Anelli. ^^^

8.
Nell’articolo Anelli indica il 1957 come data del futuro Congresso Internazionale, ma difficoltà burocratiche ed organizzative faranno slittare questa data all’anno sucessivo. Infatti, il II Congresso Internazionale di Spelologia si tenne in Italia (Bari - Lecce - Salerno) dal 5 al 12 ottobre 1958. ^^^

Franco Anelli

Trascrizione a cura di Pino Pace; note di Vincenzo Manghisi