Paura a "I Gatti 2"

16.11.2001

Paura a “I Gatti 2”

Era il 1990 o il 1991, eravamo al fondo di una grotta a Minervino Murge, accosciati su una catasta di macchine sfasciate, quando Onofrio Ippolito mi disse: “Nessuno può dirsi uno speleologo vero se non è stato, almeno una volta, sorpreso da una piena”.

Carta di testa frenologica. I numeri corrispondono alle varie facoltà. L'area 8 è quella del coraggio e della determinazione. Dopo quello che è successo a I Gatti 2, sono una speleologa vera, allora?

Posso dirmi migliore di quella che ero dodici anni fa, quando mi affacciavo trepidante ed accesa, alla speleologia?
Migliore di quando mi calavo dalle pareti del Pulo di Altamura a testa in giù per fare “come Ferdinando”?
Meglio pure di quando ho partecipato al mio primo corso di speleologia in qualità di istruttrice ed ho sentito il grosso peso del bene altrui sulle spalle?

Me lo ricordo il momento in cui ho staccato per la prima volta il bacino dalla parete e mi sono abbandonata nel vuoto.
Mi ricordo di quando mi sono spinta nell’esplorazione di un canyon in Albania molto più in là di quanto il buon senso consigliasse.

Non ho mai avuto paura, insomma.
Ma, per intere settimane, non ho parlato a nessuno di quello che era successo agli Alburni.

A pensarci, sento ancora un guizzo freddo lungo la schiena.

Eravamo così tranquilli mentre disarmavamo… Mancava poco e scherzavamo e ridevamo di niente. Poi il boato. “Qualcosa crolla”, ho pensato. Carlo: io ero già al di là del meandro, un passo più vicina all’uscita, ma lui era ancora in contrapposizione, ingombro di materiale, oltre il diaframma di roccia.
Ho avuto paura che potesse capitargli qualcosa, che un masso potesse investirlo.

Non so spiegare cosa si prova quando si avverte di essere in pericolo, quando - qualcosa di cui tutto ignoriamo - ci minaccia. Probabilmente, mi sono sentita infelice.

Io e Carlo eravamo pietrificati, interdetti, indecisi sul da farsi. A tornarci, a ritrovare i passaggi completamente allagati, la grotta non era più la stessa. Quella che ricordavamo essere l’uscita era un tubo dal diametro di un metro che sboccava acqua biancastra ad una velocità impressionante.
Dobbiamo la vita a Vito Buongiorno, credo.
Vito è venuto a riprenderci, ci ha indicato la via per l’uscita: un angusto passaggio rasoterra allagato per metà.

Per un tempo dalla durata interminabile, ho pensato se fosse il caso di fidarmi, di gettarmi in quel budello di acqua gelata.

La paura. Temere che mentre strisci nella condotta il livello dell’acqua possa crescere, che l’onda di piena possa investirti. A che ho pensato, per farmi coraggio?
Cosa mi passava per la testa, mentre risalivo lungo il pozzo finale sotto la cascata d’acqua ghiacciata?
Beh, ho pensato che a me l’acqua è sempre piaciuta tanto, che nell’acqua mi sento bene, che adoro nuotare…

Mi è dispiaciuto tanto per i corsisti: mi hanno fatto tenerezza, quando - tutti bagnati e spaventati - ci hanno accolto felici, felici di rivederci sani e salvi.

La vista del lago esterno ci ha lasciati completamente rintronati: si immagini…

Si entra in una grotta lasciandosi alle spalle una dolina e, all’uscita, ci si ritrova nel mezzo di un lago torbido e fumante.

Tornati a casa gli sguardi increduli degli esperti degli Alburni, i mea culpa per la scelta della grotta, per il materiale andato perduto. Dover tacere persino a casa, per evitare problemi.

Se non una vera speleologa - ché la mia fase più attiva è scemata da un pezzo, mi chiedo se quest’esperienza abbia fatto di me almeno una donna migliore.

Ho provato paura e ne ho ancora, a volte. Un po’ come quando, dopo un incidente d’auto, vai più piano.

Ma continui a guidare. No?

Daniela Lovece