Ultima uscita di corso ...in piena
16.11.2001
Ultima uscita di corso …in piena
Che cosa può spingere delle persone che in superficie appaiono “quasi” normali a trascorrere ore sotto terra? A cercare cosa? Molti amici me lo chiedono, ed il più delle volte non rispondo, perché non riesco a spiegare il suono del silenzio, il colore del buio, l’odore dell’adrenalina.
Erano anni che mi promettevo di frequentare un corso di speleologia.
Adesso sono corsista del XXII Corso alla sua ultima uscita. Un corso di speleologia, si sa, è una fucina di confusione.
Gli istruttori sono sparsi in cima ai pozzi, a verificare che gli allievi siano assicurati come si deve. In basso alla base dei pozzi, intanto altri allievi, attendono con ansia.
Il grido dall’alto - “libera” - che naturalmente si riferisce alla corda che attende un altro speleologo, fa capire che qualcun altro dovrà tentare la sorte!
Gli istruttori invece, sembrano a casa loro. Appesi qua e là sulle pareti del pozzo, chiacchierano, fumano, senza alcun palpito apparente per la lontananza di qualcosa di solido dalle suole delle scarpe, e per la incolumità dei corsisti.
La serata di sabato al Casone di S. Angelo a Fasanella è una grande festa. Altri speleo si mischiano al nostro gruppo e giochiamo sino ad avere le lacrime agli occhi. Il vino finisce ed anche il gioco. Una grotta seria ed attiva ci aspetta il mattino dopo.
Il silenzio dell’altopiano mi prende mentre ci prepariamo: noi corsisti rompiamo la tensione giocando ma …zaino in spalle, un brivido di silenzio, e si va.
Lungo la strada, un pastore ci interroga sulle nostre intenzioni, e ci ricorda i pericoli di quei luoghi che fanno spavento solo ad avvicinarsi. Proprio non ci crede, non capisce come ci si possa infilare nel buio solo per divertimento o curiosità: ci fosse almeno un tesoro da recuperare!
I nostri istruttori commentano che spesso, varcando il confine tra le grotte ed il sole, è capitato di incontrare gli stessi quesiti sospettosi. D’altronde si sa, il mito si genera all’infinito uguale a se stesso. Le grotte sono remote e pericolose. Rappresentano l’accesso agli inferi, spesso sorvegliati da mostri tremendi.
Tra una chiacchera e l’altra, sotto il peso degli zaini, il grande pianoro carsico si schiude, lo possiamo guardare dall’alto, Vito ci mostra gli ingressi dei Gatti 1 e Gatti 2 coperti da vegetazione. Guadagniamo il sentiero e sento l’adrenalina che sale. Ci affacciamo alla Grava dei Gatti 1, un torrente penetra forte tra i massi coperti di muschio, mentre aria fredda è sputata fuori dal grande ingresso circolare.
Proseguiamo sino all’imbocco della Grava Seconda dei Gatti. Il nostro corso si conclude in una grotta vera. L’armo è già pronto, attrezzato il giorno precedente da Selvaggio, Mario, Cesare e Silvana, così non dobbiamo aspettare.
Decisa la sequenza di discesa - un allievo, un istruttore - cominciamo a scendere. Adesso sono un po’ più tranquilla: Carlo mi precede e Daniela mi segue. Sono in una botte di ferro.
“LIBERAAA!!”
Grida Carlo dal fondo del piccolo pozzo d’ingresso.
“VA BENEEE!!”
Mi allongio e inizio la sequenza delle operazioni di discesa.
Apro il discensore, ci passo la corda, chiudo, via la longe e giù.
Sono pochi metri ma l’eccitazione è tanta. Un piccolo urto contro la roccia mi ricorda che non sono a casa mia e che devo essere prudente.
Carlo mi aspetta sullo scivolo poco più in basso e mi guida verso la strettoia. Adesso devo aspettare che Daniela mi raggiunga, sono le precise istruzioni. Ma non resisto e mi affaccio: lo spettacolare meandro di cui avevo sentito raccontare è lì a pochi metri da me.
La montagna si schiude. La sua intimità di roccia è rischiarata dalle nostre carburo. Ho la sensazione che mi inviti a scoprire qualcosa in più di lei, di quel suo mondo nascosto fatto di calcare e acqua, frane e concrezioni, silenzio e buio. Il buio più impenetrabile che si possa immaginare. Un buio che riempie ogni cosa e che la luce sui nostri caschi cerca timidamente di rischiarare solo il tempo necessario affinché noi possiamo andare un pò più in là, a rischiarare altro buio.
Il meandro è un profondo solco di cui riesco ad immaginare il fondo, la cui sommità è nascosta tra le pieghe delle pareti bianco-rosate.
E’ impressionante. Penso all’acqua che ha approfondito il suo letto scavando voracemente il calcare, procedendo incredibilmente con un movimento dolce e sinuoso. Accarezzo tutto quello che posso toccare.
Mi piace poter sentire con la pelle quella forza divoratrice di pietra. Penso al suono del fiume che scorre adesso più profondo, e riesco anche a percepirlo con l’immaginazione: al frazionamento, mentre attendo il mio turno, così sono confuse le mie orecchie ed il cuore.
La progressione è lenta per chi come noi corsisti non sa bene come avanzare per meandri. Arriviamo sino all’attacco del pozzo da 28 metri, ci affacciamo e rimandiamo la progressione ad una prossima volta. Qui Martino scopre la vera natura del “profondimetro” che ha portato in equilibrio durante la progressione nel meandro: 30 Kg di sassi. L’esperienza comincia così, pare. Giovanni ci invita a consumare un po’ “del peso” che aveva portato con sè: anche se pivelli pare che non siamo stati poi così lenti. Così decidiamo di restare un altro po’ mentre Selvaggio con Pino e Leo cominciano a guadagnare l’uscita. Roberta, Valentina, Martino, Vito, Giovanni, Carlo, Daniela ed io godiamo ancora un po’ dell’oscurità e del silenzio. Siamo abbastanza asciutti e il freddo non ci tormenta. Ci scambiamo il cibo come fratelli. Poi guadagniamo l’uscita.
In testa Giovanni, poi Roberta, Valentina, io, Martino e Vito. Carlo e Daniela si occuperanno di disarmare. Il ritorno mi sembra più agevole, siamo felici e giochiamo, continuiamo a ridere per lo scherzo del “profondimetro”. Arrivati alla base dell’ultimo pozzo, aspettiamo gli altri prima di uscire: fuori piove e gocce che sembrano di pioggia scendono dall’imbocco della grotta. Ci posizioniamo per ascoltare l’affabulatore Giovanni, che si protegge dall’acqua indossando una mantella gialla e lasciando a noi i posti asciutti. Ci racconta del suo piacere di ascoltare la montagna dal di dentro, di sentire il vento, e di percepire con la pelle un passaggio angusto, della sensazione del buio delle viscere delle montagne. Ci spiega come si procede nella scoperta di una nuova grotta, di come si segue la via dell’acqua, madre dei mondi sotterranei, che guida i passi degli speleologi.
Resto in silenzio a pensare, anche con la mia poca esperienza riesco a capire le sue parole. I giochi dei miei compagni mi scuotono dalle mie riflessioni. I rapporti tra noi si stanno saldando. L’amicizia spesso nasce nei modi più disparati, e sicuramente il condividere ore nella pietra è un collante speciale! Riesce ad accomunare persone diversissime sotto la stesso desiderio, conosce l’ignoto nascosto anche in noi.
Vito è irrequieto, non capisco. Va continuamente su è giù nel piccolo spazio dove siamo riparati. E’ preoccupato per le grosse gocce d’acqua che sempre più forti si lasciano cadere dall’esterno della grotta. Un boato, poi il panico penetra dall’imbocco.
Non so cosa sia iniziata prima, se la cascata sopra di noi, o all’interno della grotta: con un rombo, la strettoia che ci separa da Daniela e Carlo appare ora allagata. Vito corre attraverso il piccolo varco e grida ai due di lasciare tutto e uscire. Secondi immobili, eterni, passano prima di vedere apparire Daniela con il volto segnato dallo spavento, e poi Carlo che sembra ben gestire l’emergenza. Adesso bisogna uscire. Certo i nostri istruttori conoscono il pericolo di procedere sotto cascata, ma Daniela grondante come avesse fatto la doccia vestita, ci rassicura “la nebulizzazione è pericolosa solo in ambienti che non comunicano con l’esterno. E poi sono solo pochi metri”.
Gli istruttori si consultano e velocemente pianificano la sequenza. Giovanni esce e Vito sotto cascata ci aiuta ad uscire più velocemente tesando la corda. Via Valentina agitatissima, via Roberta e poi io. L’acqua mi colpisce con forza. Non riesco a sentirne la temperatura, so solo che devo uscire presto. Vito mi grida qualcosa: forse un “penso io alla corda e ti tengo fuori dalla cascata”. Credo solo di aver intuito le istruzioni perché il suono dell’acqua copre tutto.
Sono fuori e raggiungo gli altri. Solo adesso mi rendo conto. La piana carsica è allagata da 60 centimetri d’acqua. Un unico lago che si versa contemporaneamente nei due inghiottitoi, e negli infiniti anfratti dove solo l’acqua può passare, attraverso fratture inacessibili all’uomo.
Con gioia vedo affacciarsi fuori Martino, Daniela, Carlo e Vito. E’ la prima esperienza di piena per tutti.
Siamo tutti fuori. A Vito stringo forte la mano, vorrebbe essere un abbraccio per ringraziarlo del suo sacrificio e della capacità di gestire l’emergenza.
Recuperiamo il materiale e torniamo alle macchine. Risalendo la conca carsica, mi volto indietro e vedo meglio la quantità d’acqua. Attraverso il sottile strato di terreno che divide il mondo del sole dal buio minerale del sottosuolo, l’acqua riesce a trovare mille porte nascoste. Adesso non piove più, solo sferzate di vento freddo. Ipotizziamo la sequenza dei fatti, cerchiamo di spiegarci l’accaduto, mentre trasportiamo un po’ di “adrenalina” in una tanica, per chi si è sottratto all’avventura di oggi.
Sembriamo i nani di Biancaneve che tornano a casa dopo il lavoro in miniera. Stanchi ma felici.
Raggiungiamo le auto e raccontiamo a Selvaggio l’accaduto: da un’ora cerca di scaldarsi nella sua auto, è rientrato sotto la pioggia battente. Mario ci conferma che piove con furia da almeno 4 ore. E’ comprensibile che sul flysch di cui è coperta la piana, l’acqua in poche ore si sia accumulata velocemente, raccogliendosi a valle dai rilievi intorno.
Rientrando a casa ci fermiamo da Nicola per raccontargli l’accaduto. E’ incredulo. Ha trascorso ore infinite nelle cavità dei Gatti, e sconcertato ascolta il nostro racconto. Conosce ogni centimetro di quelle grotte: non possono averci fatto male. Certo mai più un corso in grotte attive, è il suo commento a bruciapelo.
L’unica mia certezza è che non so cosa gli altri giovani esploratori di cavità abbiano realizzato. Ma di una cosa sono sicura, questa esperienza resterà scritta nella nostra memoria e ci farà stare ancora insieme. Quanto a me novello esploratore di abissi infiniti, non so bene cosa mi attraeva prima, so cosa mi attrae adesso: la traccia lasciata nella mia anima dalla oscurità e della serena nostalgia che solo ciò che perdurerà a questo tempo può dare.
Rosa Potenza