Incidente alla Grave di Polignano
16.11.2003
Incidente alla Grave di Polignano
Il 12 ottobre 2003, a seguito del grido d’allarme trasmessoci da alcuni esponenti delle associazioni ambientaliste di Polignano a Mare (Ba), i soci Mimma Lavopa, Daniela Lovece e Modesto Tartarelli, accompagnati dai redattori del quindicinale polignanese Blu, si sono apprestati a perlustrare il fondo della nota Grave di Polignano. Era stata segnalata la presenza di rifiuti derivanti dalla coltivazione dei campi circostanti e fusti metallici sospetti; l’ampia cavità carsica - un unicum quanto a profondità nel territorio della cittadina costiera - si presentava, infatti, in pessimo stato.
Lungo i bordi erano state ammassate decine di metri cubi di materiale di risulta, inerti, plastica, rifiuti ferrosi. Dopo un rapido esame della situazione, si è scelto di calarsi dall'unico punto apparentemente sicuro. È stato Modesto Tartarelli il primo ad affacciarsi nella cavità.
Dopo aver assicurato la discesa all'esterno, scegliendo un attacco naturale ed un vecchio solido attacco artificiale, ha frazionato la discesa attrezzando un enorme masso calcareo sporgente dalla parete della Grave, a circa dieci metri di profondità dall'imbocco.Superato il frazionamento in discesa, non appena ha trasferito il proprio peso sull’attacco appena attrezzato, si è avvertito un tonfo. Il masso, l’attacco e la corda gli si sono rovesciati addosso. Per alcuni secondi gli amici hanno tremato: la scena, le dimensioni del masso, il silenzio di Modesto Tartarelli ai richiami dall’esterno: tutto lasciava presagire che il peggio fosse accaduto. Il momento è stato terribile: per lo strappo subito, il tratto di corda a monte, sul quale era stato scaricato l’enorme peso dopo il cedimento dell’attacco, era penetrato nel terreno per oltre dieci centimetri; la calza esterna era deteriorata, l’anima interna appariva sfilacciata.
Forte si avvertiva la sensazione che il tempo a disposizione fosse davvero scarso.
Dopo essersi assicurati che Modesto, seppure malconcio, era in grado di muoversi autonomamente, con una pericolosa quanto improvvisata manovra di soccorso, si è proceduto a fornirgli un coltello affinché potesse tagliare corda e masso, i quali, per il peso considerevole, impedivano la risalita.
Finalmente in superficie, Modesto appariva provato: la corda gli aveva stracciato la tuta traspirante e provocato una profonda ferita al braccio sinistro. La coscia destra, sulla quale si era abbattuto il masso, era gonfia e livida. Aveva diversi lividi ed abrasioni.
Tuttavia, al solo vederlo camminare con le sue gambe, la paura ha ceduto il posto all’euforia.
Cosa è successo dopo?
La Grave di Polignano resta, ancora, indifesa. Non possiamo affidare alla fatalità il peso delle azioni umane. Il materiale ai bordi della Grave, le rocce sconnesse, l’ammasso di rifiuti non sono cosa di natura. La Grave di Polignano resta una cavità profonda oltre 40 metri, incustodita, a poche centinaia di metri dal centro abitato, dalle pareti talmente franose da rendere farraginoso qualsiasi tentativo di soccorso. Si pensi solo: un bambino, un contadino che ci cada accidentalmente…
Ogni responsabilità a chi di dovere.
Daniela Lovece
Gruppo Puglia Grotte