Un'avventura con Dino Faiano
16.11.2003
Un’avventura con Dino Faiano
Il 21 novembre 2003 il Gruppo Puglia Grotte ha ricordato il suo socio fondatore Dino Faiano, scomparso dieci anni prima.
Quest'avventura, vissuta a Pasqua del 1984, racconta, invece, della volta in cui dovetti dargli ragione.Arrivederci, ciao. Di dove sei? Di Salerno? Ok! Buon ritorno a casa!
Auguri anche a voi!
Con questo scambio di convenevoli domenicali poniamo fine a un tranquillo fine settimana di paura e salutiamo il nostro salvatore; per questa volta non abbiamo certo fatto la figura degli eroi.
Tutto era cominciato il venerdì precedente, quando, giunti con la R4 di Dino al Rifugio De Gasperi, situato a Piano Ruggio nel massiccio del Pollino, eravamo convinti di fare una gita sulla neve, senza sci per altro, di nessun impegno.
Ma rimanere nei pressi del rifugio, circondati da una gran folla, non ci entusiasma.
Voltiamo perciò la macchina e torniamo qualche chilometro indietro, sino al Colle dell’Impiso.
Qui lasciamo la vettura in una piazzola ricavata tra le muraglie di neve ai lati della strada e ci guardiamo in faccia.
Che facciamo?
La tenda ce l’abbiamo e così potremmo anche avventurarci un po’ nell’interno del massiccio e programmare un pernottamento fuori dal caos.
Detto, fatto; caricatici gli zaini, preso tutto il necessario, ci inoltriamo nel bosco che scende ai Piani di Vaquarro.
La neve è spessa ma solida e perciò procediamo abbastanza speditamente; il cielo è splendente e ci sono buoni scorci per le foto.
Non siamo ancora giunti ai Piani che incontriamo altri due escursionisti di ritorno: ci informiamo da dove vengano e su quali siano le condizioni di percorribilità.
I due amici di Castrovillari ci comunicano che la pista è facimente percorribile e che loro sono giunti ai Piani di Pollino.
Perbacco, pensiamo, così lontano; proprio sotto le vette della Serra Dolcedorme e del Pollino!
È un’idea, ci andiamo anche noi! Un saluto e via.
Ora il sentiero scende verso i Piani di Vaquarro, ma noi prendiamo una pista a destra che taglia il bosco mantenendosi in quota.
Eviteremo così di risalire troppo, dopo.
Ben presto però la pacchia finisce: prima un falsopiano e poi dei tornanti in salita ci fanno modificare l’andatura. E anche l’equipaggiamento.
La neve, infatti, è ora, anche per il calore del sole, più soffice e dobbiamo così calzare le racchette da neve.
Da questo punto in poi il cammino si fa più lento e cadenzato, ma senza altri problemi; piccole pause per prendere fiato e sgranocchiare qualcosa, ma non più di tanto per non perdere il ritmo.
È così, salendo lentamente nel bosco con la vista incollata alla cima degli alberi, sospirando il momento in cui non se ne vedranno più tanti sopra le nostre teste, segno che la salita sta terminando, è così che si consuma la nostra giornata.
Ci sono ancora alcune ore di luce quando giungiamo ai Piani di Pollino.
Di fronte a noi una grande distesa di neve immacolata, con lievi ondulamenti, punteggiati ogni tanto da qualche macchia di faggi.
Ai piedi di uno di essi troviamo la sorgente non ancora ghiacciata che ci hanno segnalato gli escursionisti incontrati all’inizio della giornata.
Riempiamo le borracce e decidiamo di andare ancora un po’ avanti, quasi ai piedi delle montagne.
Troviamo infine, a ridosso di un gruppo isolato di faggi, il posto che fa per noi.
Scelto il punto ove piazzeremo la tenda, battiamo la neve per ricavarne una base compatta; quindi montiamo il nostro rifugio per la notte e facciamo incetta di rami secchi per accendere un bel fuoco.
La notte sopraggiunge portando una splendida luna che sorge dietro la Serra Dolcedorme, mentre siamo intenti a consumare la nostra frugale cena attorno al falò.
A volte la previdenza può essere scomoda, nel senso che ci si sovraccarica di attrezzature, ma stavolta l’aver portato il necessario per cucinare e qualche minestra liofilizzata è stata un’ottima idea.
Certo che rimanere a lungo all’addiaccio quando si è finito di cenare, si fa per dire, non è cosa molto piacevole.
Perciò, presto a nanna; domani, quasi quasi, se il tempo è bello, saliamo in vetta.
E l’indomani il tempo ci sorride.
È deciso, si sale!
Due cappuccini liofilizzati, disciolti nella neve liquefatta alla fiamma del fornelletto, e via.
Lasciamo la tenda e tutto quello che non ci servirà e ci avviamo verso il Canale di Malevento.
Il perché di questa denominazione appare chiaro quando sbuchiamo sulla cresta, dopo aver risalito il vallone attraversando boschi di faggi.
Le raffiche di vento che ci accolgono ci inducono ad abbottonarci al massimo, a rimboccarci i passamontagna e a calarci sopra i cappucci delle giacche a vento.
Procediamo sempre con le racchette ai piedi e ci aiutiamo nell’andatura con le piccozze.
Ora la cresta sale rapidamente, ci lasciamo alle spalle prima i faggi, poi piccoli esemplari di pini loricati - la colonia più numerosa di questi alberi millenari si trova sull’altro versante - e presto il paesaggio è rappresentato solo dal blu del cielo, dal bianco della neve e dal grigio di qualche masso affiorante.
Ma se il vento del valico era freddo, quello che ci aspetta più su, quando siamo già in vista dell’anticima, è glaciale.
E con il vento comincia a cambiare, repentinamente, anche il tempo.
Nuvoloni scuri e veloci passano sopra le nostre teste e di lontano giunge il sinistro rumore di tuoni, mentre scendono i primi fiocchi di neve.
Ma la vetta è ormai a poche centinaia di metri.
È allora che inizio a sentire uno strano formicolio in testa; penso sia causato dal berretto di lana che probabilmente irrita i capelli, ma non sono del tutto convinto.
D’un tratto comprendo che siamo nel mezzo di un campo elettromagnetico, e che è l’elettricità dell’aria a produrre quell’effetto di piccole scariche elettriche.
Mi guardo indietro: Dino non si è ancora accorto di niente, e poi avanti.
Ora il percorso è pianeggiante qualche metro più in là, inatteso, ecco il cumulo di pietre che nasconde il punto trigonometrico di quota 2.267, la vetta della Serra Dolcedorme.
Presto - dico al mio amico - facciamo due foto e scendiamo, dopo ti spiego.
Velocemente assolviamo questo rituale d’uso e poi dietro-front, via, giù per la ripida discesa.
Tra le raffiche di vento cerco di spiegare a Dino che presto potrebbe scatenarsi un temporale e, si sa, le scariche dei fulmini cadono di preferenza sulle cime delle montagne.
Infatti. Non siamo ancora arrivati ai primi alberi che sopra di noi si materializzano lampi e tuoni, e dentro di noi uno stato d’animo che non è esagerato definire di paura.
Nella foga della discesa Dino perde anche una racchetta e fa così più fatica a tenere il passo; veramente, più che scendere, planiamo a valle quasi come una valanga.
Ora la neve è più fitta, ma almeno, così crediamo, il brutto è passato.
Ridiscendiamo come saette il Canale di Malevento e finalmente siamo nuovamente ai Piani di Pollino.
La nostra tenda è parzialmente coperta di neve; noi siamo bagnati ben bene e in queste condizioni fermarsi a dormire un’altra notte con questo tempo infame non ci pare una saggia idea.
Del resto abbiamo ancora luce sufficiente per tornare a valle, lì dove abbiamo lasciato la macchina; anche se arriveremo bagnati fradici, in breve saremo al Rifugio De Gasperi dove potremo rifocillarci.
Perciò smontiamo la tenda, rifacciamo gli zaini e prendiamo la via del ritorno.
Procedere, adesso, è più penoso: si affonda nella neve e Dino, con una sola racchetta, ricalca i miei passi, lì dove la neve è più compatta.
Piano piano, senza pensare ad altro che a mettere un passo dopo l’altro, sempre con lo sguardo incollato a terra, come sempre accade quando si è troppo stanchi, procediamo verso il basso.
Come Dio vuole, siamo ai Piani di Vaquarro; ormai le nostre piste dell’andata sono state cancellate dall’abbondante nevicata.
Perciò, oltretutto è la prima volta che facciamo in invernale questo percorso, quando ci troviamo sul fondo della valle, con la nebbia che impedisce qualsiasi riferimento visivo, ci troviamo a interrogarci sulla strada da prendere: Dino propone di andare diritto, io a sinistra.
Lui segue un ragionamento intuitivo; io, invece, sono convinto che ci dobbiamo tenere a ridosso della linea dei monti per poi risalire il primo vallone.
Sbaglio. Imparerò così che bisogna sempre dar credito all’intuito.
Del resto a confondermi ulteriormente ci sono le tracce di una motoslitta che sono ben impresse nella neve: condurranno, sostengo, al rifugio.
Faccio prevalere il mio punto di vista e convinco il mugugnante Dino a seguirmi.
È una parola! Ora si sale.
Senza racchette, ora si è tolta anche l’altra che gli dava solo impedimento, Dino fatica non poco a procedere; per giunta si è fatto buio.
Alla luce delle lampade tascabili arranchiamo sempre più in alto, finché ci ritroviamo al valico.
Ma lì dove credevamo, o credevo, di trovare la nostra vettura, non c’è che una desolante solitudine, e in basso, lontanissime oltre il valico, le luci di un paese nella pianura.
Ci siamo persi.
Ricostruiremo in seguito che eravamo al Colle di Gaudolino, tra le vette del Pollino e della Serra Dolcedorme.
Ormai è notte.
Rimontare la tenda, con la neve che continua a cadere, con le mani intirizzite nonostante i guanti e con tutte le ossa bagnate, non è un’impresa piacevole.
Poi, una volta dentro - dopo aver consumato l’ultimo pasto caldo a nostra disposizione, una purea di patate, naturalmente liofilizzata - ci attende una notte pressoché insonne.
Infatti, indossati i panni di ricambio, scopriamo che anch’essi sono bagnati, come tutto, del resto, all’interno degli zaini.
Fortunatamente i sacchi a pelo di piumino sono formidabili e così, tra recriminazioni, preoccupazioni e ansie, trascorrono ore insonni.
Finché decidiamo di dire basta e di non pensarci più.
Domani è un altro giorno, avrebbe detto Rossella O’ Hara.
Domani si vedrà, ora dormiamo.
E ci riusciamo, almeno un po’.
L’indomani non è cambiato niente, anzi.
Appena metto il naso fuori della tenda mi rendo conto che siamo quasi sepolti dalla neve caduta durante la notte; scrollo il mio amico e lo invito a darsi una mossa: c’è da smontare la tenda e da ripartire; stavolta per la strada suggerita da lui.
Abbandoniamo al Colle l’unica racchetta superstite di Dino, che in breve viene sepolta dalla neve - comportandoci così per una volta da inquinatori - e più intirizziti che mai, torniamo ai Piani di Vaquarro.
Qui giunti, riprendiamo a discutere sulla strada da seguire; Dino ha una sua idea in proposito e si allontana per verificare se è giusta.
Rimasto solo, mi guardo attorno per raccapezzarmi e scruto lentamente tutto l’anfiteatro di montagne che mi è di fronte.
D’improvviso su un poggio scorgo una presenza, non umana.
Anche se a una certa distanza, riconosco un lupo che sembra osservarmi.
Debbo sembrargli così stupido che non mi cura un attimo di più della sua attenzione; mi volge la schiena e si allontana altero e solitario su per i monti.
Sto ancora pensando con emozione a questo incontro, prima di allora la presenza di un lupo mi si era palesata solo attraverso il ritrovamento delle sue piste, quando un movimento nella nebbia, che tutto avvolge, richiama il mio sguardo più in basso.
Chi altri può esserci in quest’anticamera del paradiso, in questo paesaggio ovattato senza alcun punto di riferimento visibile?
Una figura incede lentamente, con passo cadenzato, nella mia direzione.
Ehi!, grido incredulo.
Di lì a poco si materializza al di fuori della nebbia uno sci-escursionista per nulla impressionato, che mi saluta tranquillamente.
Richiamo Dino, che non era andato molto lontano, tant’è che presto è di ritorno e assieme subissiamo di domande il nostro salvatore.
Da dove vieni? Conosci la via per raggiungere il Colle dell’Impiso? Facciamo la stessa strada?
Tranquilli!, replica lui, che ci ha scorto il giorno precedente mentre salivamo verso la vetta, trovandosi su una montagna vicina: la Serra di Crispo.
Ha dormito all’addiaccio, protetto solo da un telo da bivacco, e ora torna al valico, dove anche lui ha lasciato la macchina.
Che fegato! E noi che credevamo di aver compiuto un’impresa!
Ci dà anche da bere dalla sua borraccia e ci fa strada aprendo la pista con i suoi sci sulla giusta strada che, anziché salire, taglia ancora avanti nel bosco.
È così che poco dopo usciamo in una seconda radura: è di qui che parte il sentiero in salita verso il Colle dell’Impiso, quello giusto.
Sì, perché i Piani di Vaquarro sono una strana valle a forma di otto; noi sapevamo di dover iniziare a salire una volta giunti ai Piani, ma ignoravamo che, in effetti, c’erano due radure e che il sentiero per riportarci a casa si trovava nella seconda e non nella prima, dalla quale, invece, partiva la pista che ci aveva fatto smarrire.
Ora arranchiamo felici dietro il nostro amico, lungo il ripido dislivello che porta al valico, riconoscendo finalmente alcuni punti di riferimento.
Con un ultimo sforzo eccoci al colle; quasi di corsa superiamo l’ultima erta ed ecco la strada e il rumore di un’auto che sopraggiunge.
È un fuoristrada della Forestale che passa sotto di noi.
Al nostro saluto le guardie si guardano sbigottite: da dove spuntano questi pazzi delle nevi?
L’ultima fatica è quella di riportare alla luce la macchina, sommersa da un gigantesco cumulo di neve, e di rimetterla in moto.
Dopodiché saluti, abbracci e baci al nostro salvatore, e un doveroso mea culpa nei confronti di Dino, già sulla via del ritorno.
Pino Pace
Gruppo Puglia Grotte