Ancora l'Angolo Incantato

di Pino Pace, Gruppo Puglia Grotte

La prima volta che ebbi modo di vedere il ramo della Fonte, o dell’Angolo Incantato, diramazione perpendicolare al tratto turisticamente visitabile delle Grotte di Castellana che inizia appunto dalla caverna omonima, fu nel novembre 1969 assieme agli amici Alberto Pinto, Gino Penta e Tino Coletti. In loro compagnia collaborai in quella occasione al rilevamento che Franco Orofino stava effettuando in quel ramo.

Fu quello un periodo di intensa attività, non avevo ancora il problema del lavoro, e le uscite si succedevano a ritmo frenetico; ricordo anche la compagnia, tra gli altri, di Vito Mancini, Giorgio Braschi, Pino Palmisano e Dino Faiano.

Dopo due mesi eravamo sull’imbocco del cosiddetto pozzo terminale che vide me ed Alberto spogliarci quasi del tutto, dopo averlo abbondantemente allargato, per poterlo discendere.

Ma giungere fino a quel punto non era stato certo agevole.

La diramazione dell’Angolo Incantato si sviluppa in senso quasi perpendicolare rispetto all’asse principale (NO-SE) delle Grotte, che è anche quello interessato al flusso turistico.

È dalla caverna della Fonte, così chiamata per una formazione semicircolare che occupa il centro della sala e che ricorda una fontana dei nostri paesi — naturalmente senz’acqua —, che inizia il ramo di cui stiamo scrivendo.

Lasciato il percorso turistico e superata la stazione clinometrica dell’Università di Bari, che si trova all’inizio del ramo, attraverso vari passaggi in roccia e saliscendi si perviene alla prima caverna ampia, ma in decomposizione. Dopodichè ci si inoltra in uno stretto e non breve passaggio il cui punto saliente è ricordato come strettoia a V, che conduce alla sommità della seconda caverna, già questa ricca di concrezioni. È qui che inizia il tratto più impegnativo del ramo della Fonte. Si è subito, lasciata alla sinistra una diramazione chiusa da un camino terminale, nello stige, cunicolo così battezzato per via del ricordo dell’omonimo fiume dantesco, con la sola differenza che il nostro è un fiume di fango liquido, o meglio di guano, ma pur sempre infernale.

Giunge così sospirata la terza caverna, la più grande. Disposta su due piani sfalsati, è invasa da massi di crollo che ingombrano l’intero pavimento. All’estremità opposta della sala si trova la nuova strettoia.

Qui, a 350 metri dall’imbocco della diramazione, ritorniamo al nostro racconto.

Forzata la nuova strettoia, dove si erano fino a quel giorno fermate le precedenti esplorazioni, procedemmo per 60 metri, superando le «acque stagnanti» ed i «laghetti di ninfee», attraverso cunicoli la cui altezza media non superava in genere i 20-30 cm., con la sola eccezione della saletta dove Vito fu immortalato nel bel mezzo di un laghetto di cristalli. Avanzammo spesso senza casco data la ristrettezza dei passaggi, ognuno con in faccia gli stivali dell’amico che lo precedeva ed alla luce della lampada di chi lo seguiva.

Su pavimenti di alabastro ricchi di cristalli appuntiti, con il conseguente immaginabile contorcimento al quale eravamo condannati per non buccherellarci, non essendo certo fachiri, attraversammo ambienti che mai prima avevamo visto di pari bellezza per concrezioni eccentriche e purezza di alabastro. Ma l’euforia dell’esplorazione ci spingeva avanti.

Grotte di Castellana, Pu. 8 — Diramazione laterale dell'Angolo Incantato. Rilievo G.P.G.: Simone Pinto, Pino Pace, Gianni Campanella

Grotte di Castellana, Pu. 8 — Diramazione laterale dell’“Angolo Incantato”. Rilievo G.P.G.: Simone Pinto, Pino Pace, Gianni Campanella.

Fu così che ci ritrovammo affacciati (il nostro cunicolo sbucava quasi alla sommità della caverna) come da una finestra, sulla sala delle candele.

Diafane, esilissime, delicate concrezioni si sollevavano dalla base della sala e si protendevano verso di noi; la nostra luce le illuminava per la prima volta. Ma queste sono emozioni che solo ora mi colpiscono.

Allora infervorati dalla scoperta discendemmo senza tanti pensieri al fondo della caverna e ne esplorammo il perimetro.

E ci ritrovammo sull’orlo del pozzo terminale.

Allargarlo fu un lavoro lungo ed estenuante ed io, ricorrendo alla scusante della mia scarsa capacità demolitrice, dribblai abbastanza bene l’ingrato lavoro di martello e scalpello e fu il bravo Dino che si accollò buona parte di questa incombenza. In compenso, ingiustizie della vita, toccò a me e ad Alberto discendere per primi, per una semplice questione di minor ingombro, su un’esile scaletta al fondo di quel punto interrogativo.

Otto metri più in basso, toccato il fondo, ci bastò una semplice occhiata per renderci conto che l’aspetto della grotta cambiava completamente. L’ambiente nel quale ci trovammo, stretto ed allungato, era caratterizzato ad una estremità da una fantastica cascata di alabastro, ma al di là di essa più niente; dalla parte opposta si aprivano una serie di cunicoli che sembravano tornare indietro.

Ma erano cunicoli dove massi enormi, appena incollati al soffitto, minacciavano di staccarsene da un momento all’altro.

Come diverso era questo ambiente da quello del livello sovrastante; lì ricchezza di cristalli e di concrezioni e l’entusiasmo della scoperta; qui la roccia marcia ed instabile e l’incertezza della paura.

E così decidemmo di fermarci.

Ma più tardi in una rassicurante giornata di sole, ritornando con la mente a quel punto lontano decidemmo che si doveva tornare.

Seguirono così numerose altre spedizioni al ramo della Fonte, ogni volta aggiungevamo qualcosa al bagaglio di conoscenze e di sensazioni già in nostro possesso, ed ogni volta giuravamo che sarebbe stata l’ultima e tracciavamo all’uscita con lo stivale un segno di croce sul terreno fangoso. Come quel grande campione del ciclismo di tanti anni fa che in una tappa alpina del Giro d’Italia, distrutto dalla fatica su una strada sterrata e circondata da muri di neve, scese di bicicletta, si chinò a terra e tracciò il fatidico segno di croce.

Basta.

Ma puntualmente tornavamo sulle nostre decisioni e ci ritrovavamo assieme per un’altra puntata laggiù.

Ancora oggi il capitolo Fonte non è concluso; l’ultima nostra visita è di non molto tempo fa.

Certo i cunicoli terminali, superata la titubanza iniziale, sono stati visti e non hanno riservato alcuna sorpresa, terminavano infatti alcuni metri più avanti; ma qualcosa ancora ci attrae, come pure ci respinge, a quelle sale lontane. Tempo un po’, giusto il necessario per raccogliere una certa dose di coraggio e per convincersi che la diramazione della Fonte non è poi così faticosa, bagnata e fangosa, e ci saremo ancora.

PINO PACE Gruppo Puglia Grotte


Trascrizione dell’articolo di Pino Pace pubblicato in Fogli per Castellana, n. 7-8, pp. 320-323, Civica Biblioteca di Castellana-Grotte, dicembre 1977-78. Del rilievo originale della diramazione è riprodotto qui il disegno (Rilievo G.P.G.: Simone Pinto, Pino Pace, Gianni Campanella); la fotografia in bianco e nero che accompagnava l’articolo (Vito Mancini nell’Angolo Incantato, foto G.P.G.) è stata omessa per la scarsa qualità della scansione in nostro possesso.