Le nuove grotte di Pozzo Cucù
di Pino Pace, Gruppo Puglia Grotte
— Racconto di una scoperta —
Era la mattina del penultimo dell’anno. Gori vagabondava per la campagna con la sua nuova macchina fotografica a caccia di immagini e di atmosfere. Quel giorno non si andava a scuola, voglia di studiare non ce n’era ed una gran bella giornata lo invitava ad uscire.
Decise così di andare in giro per foto, doveva ancora provarlo, il suo apparecchio, e di dirigersi verso la via di Polignano. Gli era sempre piaciuta quella strada che, partendo da Castellana, si snodava per dolci tornanti fiancheggiati di pini e cipressi giù giù fino al mare. Forse in un’altra stagione avrebbe inforcato il suo motorino e si sarebbe spinto fino in fondo; avrebbe raggiunto il mare, fatto il bagno e poi sarebbe tornato con calma verso casa.
Ma era il penultimo dell’anno, c’erano i preparativi per Capodanno che non potevano attendere e poi era inverno, anche se una luminosa giornata di sole sembrava smentirlo.
Pazienza, si sarebbe intrattenuto nelle vicinanze.
Lasciato alle spalle l’abitato, giunse in breve tempo alla prima meta della sua escursione: la cava di pietre. Spesso vi si recava per fare allenamento di roccia e a volte si soffermava ad ammirare le esplosioni effettuate dai cavamonti che sempre lo lasciavano incantato, cosa che si ripetette anche quella mattina. Ma era il penultimo dell’anno ed aveva bisogno di qualche immagine non usuale per la sua nuova passione di fotografo. Proseguì quindi per i viottoli di campagna sempre alla ricerca di qualcosa.
Quando giunse sulla strada provinciale Castellana - Polignano si ritrovò di fronte al cantiere del costruendo Ospizio per gli anziani in località Pozzo Cucù.
Il suo sguardo curioso ed attento fu subito attirato da alcune fessure, portate alla luce dallo scavo che, visibili fin dalla strada, sembravano indicare la presenza di cavità.
Era mezzogiorno, l’ora della pausa per gli operai che infatti stavano già dirigendosi verso la baracca di lamiera per consumarvi il loro pranzo. Perciò, fattosi coraggio, si inoltrò tra i plinti ad esaminare più da vicino quelle fenditure che avevano destato la sua attenzione. In effetti in vari punti dello scavo erano visibili dei fori, come occhiaie nere che si perdevano nel buio. Alcune di queste cavità erano state ostruite con massi e breccia, ed a giudicare dalla quantità di materiale di riporto dovevano essere abbastanza grandi.
Per saperne di più, Gori decise di chiedere direttamente agli operai. Li raggiunse nella baracca ed interrompendo per un attimo il loro pranzo disse, bluffando, che aveva saputo del ritrovamento di alcune grotte e chiese loro se ne sapevano qualcosa.
Gli operai prima lo invitarono a favorire (erano rimasti dei sottaceti e del vino) e solo dopo il suo rifiuto gli indicarono che lì, dove c’erano quelle fascine, alla base di un plinto, c’era un inghiottitoio a campana. Era venuto alla luce mentre il martello idraulico stava eseguendo lo sbancamento e questo imprevisto aveva costretto il costruttore a spostare di un po’ il basamento di un pilastro. Avevano disceso il pozzo, di pochi metri di profondità, con una scala a pioli, avevano portato via le poche stalattiti presenti ed erano risaliti non essendoci altro di interessante.
Ringraziatili Gori si diresse con malcelato interesse verso il punto indicatogli. Il sopraggiungere di un’auto di grossa cilindrata lo trattenne però dal proseguire oltre. Era infatti il direttore dei lavori che, smontato in tutta fretta, si diresse dalla sua parte.
Quando fu giunto a distanza utile Gori lo salutò, prendendolo di prima, e si presentò: era un componente del Gruppo Puglia Grotte, figlio di Luigi il meccanico, ed era lì per dare un’occhiata in giro nella speranza di trovare qualche grotta. L’ingegnere stette a sentire e convenne che, sì, si era trovato un buco, non più di tanto, ma di nessun interesse; lo avevano già visto loro e non avevano rilevato alcun proseguimento.
Gori, fiutata l’aria, si scusò e si congedò così su due piedi. L’ingegnere non gliela aveva data a bere; sarebbe ritornato.
Cosa che fece il giorno stesso. Assieme ad uno dei grandi del G.P.G., Gianni, e a Pino Piccolo, geometra nello studio di un architetto, Gori, con questo autorevole appoggio, si ripresentò al cantiere. Stavolta il direttore dei lavori non c’era, ed ottenne dagli operai un «ni» alla sua richiesta di dare un’occhiata al pozzetto.
Mentre Gianni e Pino Piccolo provvedevano a rilevarlo con una fettuccia metrica, nella convinzione che di lì a poco sarebbe stato chiuso, Gori dette un’occhiata alla cavità. Nel punto più basso della grotta, dove si aspettava di trovare solo terra e sassi, un piccolo cunicolo orizzontale sembrava indicare una prosecuzione. Ma era tanto stretto da non poterci infilare nemmeno la testa. Da quel che si poteva vedere, la strettoia presentava una curva che impediva di scorgere al di là e doveva essere lunga almeno due metri. Un particolare però era di buon auspicio: una certa corrente d’aria risaliva dal basso verso di lui. Allora si guardò attorno e trovata una pietra la lanciò nel passaggio più lontano che potè.
Al terzo tentativo ebbe successo; dopo aver evidentemente superato l’altra estremità del cunicolo la pietra precipitò nel vuoto e dopo un po’ un tonfo sordo indicò il suo atterraggio in un altro ambiente più in basso. Una caverna?
Per quel giorno poteva bastare.
Risalito comunicò agli amici la sua scoperta; discussero un po’ sulle possibilità di allargare il passaggio e si dettero appuntamento per l’indomani. «Domani è un altro giorno, — si dissero — è l’ultimo dell’anno. Chissà!?»
Un martello ed uno scalpello costituivano il loro armamentario principale. Il cantiere era deserto, essendo giorno di festa, per cui si disposero al lavoro senza nessuna preoccupazione di essere disturbati.
Fu una giornata lunga, faticosa e snervante, durante la quale fece spesso capolino la tentazione di piantar lì tutto e tornarsene a casa al caldo ed all’asciutto a godersi oltretutto la meritata festività. A sera non avevano fatto grossi progressi, il passaggio era sempre impraticabile; solo l’imbocco era stato un po’ allargato.
Il giorno dopo la compagnia si arricchì di tre nuovi elementi: Vito, un altro dei grandi; Giannino, un coetaneo di Gori molto smilzo; ed un trapano a percussione, quest’ultimo prelevato dall’officina del padre di Gori, assieme ad alcune decine di metri di cavo elettrico.
Un problema imprevisto fu trovare l’allacciamento della corrente. Nella villetta vicino al cantiere alla quale si diressero per chiedere il permesso di collegare il trapano, c’era solo una signora che oppose mille difficoltà: era sola, non sapeva cosa fare ecc. Alla fine disse loro di aspettare il rientro del marito.
Dovettero attendere fino al primo pomeriggio (nel frattempo il lavoro continuò con martello e scalpello) per poter ottenere il sospirato permesso e mettere in funzione il trapano: ma fu subito un’altra musica. Si praticavano dei fori abbastanza profondi e ravvicinati, e poi con martello e scalpello si portava via, un po’ alla volta, la roccia compresa tra essi. Non che questo lavoro fosse agevole! Si operava in posizioni impossibili, la polvere era dappertutto ed ogni tanto il trapano si surriscaldava; ma, almeno, si procedeva speditamente.
Portato via uno strato di roccia qui, uno spuntone stalagmitico lì, dopo alcune ore decisero di provare a passare. Tentò per primo Gori, ma dopo alcuni tentativi, durante i quali spinse con tutta la forza disponibile, puntellandosi con i piedi, desistette.
Fu allora la volta di Giannino, il più magro della compagnia, ma neanche lui ebbe maggiore fortuna. Iniziò allora un improvvisato spogliarello che in breve portò i due alla quasi nudità. Stavolta il primo tentativo spettava a Giannino. Si tolse il casco, infilò la testa nella strettoia, dispose ambedue le mani in avanti e facendo leva con i piedi e con ogni altra parte del corpo procedette lentamente nella fessura. Prima ancora di rendersene conto era dall’altra parte.
Il cunicolo terminava su un ripiano inclinato che scivolava giù, verso il buio. A destra una piccola nicchia con alcune concrezioni rossastre costituiva l’unico punto dove era possibile sostare. Data una voce a quelli rimasti al di là, fu in breve tempo raggiunto da Gori che portava con sè il trapano. Il lavoro di allargamento proseguì dall’altro lato della strettoia per tutta la giornata.
Prima di sera il passaggio era stato ampliato in maniera soddisfacente e così, riparati nella minuscola nicchia, fecero il punto della situazione. Un secondo pozzo era di fronte a loro; alla luce delle loro lampadine tascabili ne scorgevano il fondo otto metri più in basso. Calarono una corda con un’acetilene legata all’estremità e quando questa sfiorò il terreno la fecero oscillare avanti e indietro, come un pendolo, per vedere un po' meglio l’ampiezza della grotta sottostante. Apparentemente questa doveva essere abbastanza grande, ma non era possibile, con quel metodo empirico, saperne di più.
Un’altra giornata di lavoro, la terza, era giunta al termine.
L’indomani sarebbe stato un giorno decisivo: avrebbero disceso il pozzo ed esplorata finalmente la caverna. Cosa li attendeva?
Si ritrovarono con l’attrezzatura necessaria, scalette, corde ed impianti di risalita, di buon’ora. Mentre Giannino, superato il cunicolo, continuava a lavorare con il trapano per allargarlo ulteriormente e consentire così il passaggio anche a quelli meno sottili di lui, Gianni e Gori si apprestarono a scendere.
Assicurata scala e corda ad una colonna di rassicuranti dimensioni, montarono i loro discensori e si calarono in basso.
Toccato il fondo, Gianni ruotò in giro la lampada frontale del suo casco per esplorare i contorni della grotta.
In una direzione il debole raggio di luce si perdeva nel buio. «Gori, è enorme!» fu il suo primo commento. Salutato Giannino, si allontanarono dalla base del pozzo e, risalito un lieve pendio, si portarono fuori del piccolo androne, delimitato da colonne e cortine, nel quale erano atterrati.
Da quel punto sopraelevato potevano ora scorgere altri imponenti colonnati, che si congiungevano alla volta una decina di metri sopra di loro, dietro ai quali si indovinava la prosecuzione della grotta.
Una profonda emozione si impadronì di loro. Mai durante la loro «carriera speleologica» avevano scoperto qualcosa di così imponente. Sempre avevano sognato di trovarsi di fronte ad ambienti insondabili, nei quali il fascio delle loro torce sarebbe stato insufficiente ad illuminare le pareti circostanti. Adesso sembrava fosse la volta buona!
Seguendo l’andamento del terreno, scesero in basso, giunsero alla base delle colonne; e le aggirarono per un po’, sempre continuando a scendere.
Erano indecisi circa la direzione da prendere, quando una galleria, parecchi metri più oltre, li richiamò a quella volta.
Il nuovo ambiente era completamente diverso dal precedente: non c’era quasi traccia di stalattiti e stalagmiti; molti massi caduti occupavano il pavimento e le pareti erano interamente ricoperte di latte di monte. Voltatisi indietro diedero un’ultima occhiata alla prima caverna; doveva essere lunga oltre venti metri, della quale scorgevano ora solo una parte, ingombra com’era dei numerosi colonnati.
Davanti a loro la galleria continuava, con un’altezza media di quattro metri ed un colore ocra dato dalla numerosa presenza di argilla. Procedevano silenziosi, timorosi forse di spezzare quell’incantesimo. In fondo un piccolo passaggio tra le cortine; forse la grotta finiva lì.
No! Continuava, continuava ancora. Superato uno scivolo in salita cosparso di fango la galleria si allargava. Un camino sopra di loro recava segni di crolli abbastanza recenti; davanti altri ambienti ancora.
Una nuova sala al cui fondo si aprivano due cunicoli tra i massi caduti, fu superata con un facile passaggio in roccia. Ora le stalattiti e le stalagmiti erano nuovamente numerose ed attive e in alcuni punti occorreva procedere in ginocchio; ma un po’ più in là nuovamente il buio preannunciava una nuova, grande sala. Vi si affacciarono, emozionati, sbucando fuori tra cortine di alabastro.
La caverna era vasta, almeno quanto la prima, ed un notevole cono detritico si innalzava dalla base verso la volta fino a scomparire in uno stretto camino verticale che certamente conduceva all’esterno, qualche metro più in alto. Alla loro sinistra altri colonnati, ma più belli di quelli visti nella prima cavità, racchiudevano al loro interno un laghetto di cristalli ormai prosciugato. Sulla parete di fronte un ricco drappeggio di stalattiti e di cortine scendeva dal soffitto.
Traversarono in diagonale la grotta senza smettere un attimo di guardarsi attorno. Fu così che scorsero, sul cono detritico ed in un anfratto celato da massi e da concrezioni, una notevole quantità di ossa animali. Su alcune di esse erano cresciute delle stalagmiti di varie decine di cm. di altezza.
Poteva essere roba interessante!
Le emozioni succedutesi in pochi minuti erano fin troppe, e poi dovevano portare agli amici, fuori, la buona notizia.
Tornarono sui loro passi, imboccarono il passaggio che ritenevano quello giusto ed in breve si ritrovarono in una nuova galleria. Lo smarrimento fu di breve durata. Si resero subito conto che non era quella la strada che avevano percorso all’andata e fecero dietro-front. Però, in compenso, avevano scoperto una nuova diramazione, che nelle esplorazioni successive si confermò essere un tunnel sottostante che univa l’estremità della prima caverna direttamente con l’ultima!
Ripreso il primitivo percorso, riattraversando gli stessi ambienti, giunsero infine alla base del pozzetto, sopra il quale Giannino continuava a lavorare con il trapano. Un piede era già sulla scala, quando la luce tremolante dell’acetilene illuminò un basso cunicolo proprio di fronte a loro, in direzione opposta al ramo che avevano appena esplorato. Dissero a Giannino di attenderli ancora un po’ e scomparvero nuovamente alla sua vista.
Adesso si procedeva carponi su uno spesso pavimento di argilla, e rade stalattiti li obbligavano a volte a curiosi zig-zag. In fondo, una strettoia delimitava l’orizzonte. Anche qui, come nel cunicolo iniziale ed alla base del secondo pozzo, una insistente corrente d’aria stimolò il loro interesse.
Toltisi il casco e sganciata la cintura con l’acetilene si inerpicarono nella stretta fessura in salita. Superata una curva emersero nuovamente nella galleria, adesso era più ampia e si procedeva in piedi, si riallacciarono la cintura e proseguirono oltre.
Fatti alcuni metri però, si arrestarono entrambi.
Davanti a loro una bianca, diafana figura stava immobile al centro del corridoio, come accosciata.
Fu solo un attimo eppure parve loro lunghissimo; restettero immobili pensando le cose più pazzesche. Suvvia, era ridicolo! Non poteva essere un uomo, nè un fantasma. Pure lo sembrava. In effetti era una grossa stalagmite bianca che, solitaria, si ergeva in quel rosso mare di argilla. Nuovamente di buon umore superarono e ripresero il cammino.
Giunsero di lì a poco in una nuova sala che presentava al centro un altro pozzo verticale. Lo avrebbero però visto un’altra volta, adesso volevano procedere ancora avanti. Di fronte a loro ancora un dilemma: due gallerie parallele.
Scelsero quella di destra, superarono un intrico di stalattiti, stalagmiti e colonne e giunsero in un basso spazio circolare. Adesso le ramificazioni erano addirittura tre: una diritta, una a destra, una a sinistra.
Poichè queste ultime accennavano a tornare indietro o perlomeno a deviare dalla direzione fin lì seguita, optarono per la via diritta.
Di nuovo concrezioni, di nuovo cercarono tra di esse il passaggio ed infine lo trovarono, sempre seguendo la traccia del buio.
Un’altra caverna li attendeva; erano ai suoi piedi, ai piedi meglio di un gigantesco cono detritico, che tutta la occupava, letteralmente invaso di stalagmiti rivestite da una curiosa rugosità.
Esplorarono dapprima i contorni della nuova grotta e ne risalirono poi il pendio giungendo quasi alla volta. Lassù c’erano delle radici; erano davvero vicini alla superficie.
Una volta fatto il rilievo avrebbero forse potuto localizzare quel punto in superficie trovando un altro ingresso naturale al sistema sotterraneo da loro scoperto.
Adesso, bastava, davvero, almeno per quella volta!
Ne avrebbero avuto di tempo e di materiale per occupare i loro prossimi giorni, e forse mesi, di attività speleologica.
Si volsero quindi indietro ed intrapresero lentamente la via del ritorno.
Terminò così la prima ricognizione nella Grotta… Già, come l’avrebbero chiamata quella grotta? Certo se quelle ossa che avevano trovato fossero appartenute a qualche animale esotico, a qualche regale felino magari, le avrebbero dato il suo nome.
Ma questi erano i problemi di domani.
Seguirono moltissime altre esplorazioni; si rinvennero nuovi passaggi, nuove caverne, nuovi laghetti di cristalli, nuove possibili comunicazioni con l’esterno. Si aggiunsero via via alla compagnia numerosi altri componenti del Gruppo Puglia Grotte: Alma, Pino, Simone, Barbara, Giorgio, Maria Pia, Dino ecc..
Ancora oggi il capitolo inerente la Grotta di Pozzo Cucù è aperto, e noi aperto lo vogliamo lasciare.
Abbiamo solo voluto descrivere le vicissitudini che portarono alla sua scoperta ed alla sua esplorazione mantenendoci il più possibile aderenti alla realtà e tralasciando tutto quello che avveniva attorno a questo fatto e che esulava dal discorso prettamente speleologico; che «speleologia» significa appunto discorso sulle grotte e nientaltro.
PINO PACE
Trascrizione dell’articolo di Pino Pace pubblicato in Fogli per Castellana, n. 9-10, pp. 257-268, Civica Biblioteca di Castellana-Grotte, dicembre 1982. Le sei fotografie in bianco e nero che accompagnavano l’articolo sono state omesse per la scarsa qualità della scansione in nostro possesso; una di esse (fig. 6) ritraeva, nelle grotte di Pozzo Cucù, l’assessore Tommaso Manghisi, il sindaco Giangrazio Proietto e Gianni Campanella.