Leggende carsiche del Sud-Est barese (IV)

Copertina di Fogli per Castellana, n. 14, gennaio 1999
Fogli per Castellana, n. 14
Pubblicazione della Biblioteca Civica di Castellana-Grotte,
con il patrocinio della Amministrazione Comunale
Gennaio 1999

di Vincenzo Manghisi

Ed eccoci al nostro quarto appuntamento con le leggende delle grotte del Sud-Est barese; le tre precedenti note sono state pubblicate su “Fogli per Castellana” n° 9-10 (1982), n° 12 (1992) e n° 13 (1994).

La ricerca di nuove leggende sia diretta, dalla viva voce dei contadini della Murgia, sia bibliografica su riviste specializzate e non, è diventata estremamente difficile e parca di buoni risultati. Ma ciò non vuole assolutamente dire che la ricerca sia prossima al termine: infatti, rimangono ancora numerosi frammenti di antiche storie e tanti toponimi da investigare, come ad esempio la Grotta del Guardiano e la Grotta dei Ladroni a Polignano a Mare, la Grotta di San Giacinto a Conversano, la Grotta di San Luca a Monopoli, la Grotta dell’Uomo Morto a Putignano, la Grotta delle Sirene e la Grotta delle Fate a Monopoli, ecc…

Le leggende qui riportate sono complessivamente 17 ed interessano 19 grotte dei territori di Acquaviva delle Fonti, Alberobello, Castellana-Grotte, Locorotondo, Monopoli, Noci, Polignano a Mare e Putignano.

Preziosa fonte d’informazione per la compilazione di questa quarta nota è stata la pubblicazione del libro sulle “Grotte di Polignano” scritto dai compianti Filippo Favale e Franco Orofino, ambedue grandi conoscitori ed amanti delle cavità carsiche e marine di Polignano a Mare e ricercatori sempre attenti alle tradizioni popolari ad esse legate.

Come sempre l’indicazione fra parentesi, posta sotto ogni nome di grotta, si riferisce al Catasto Speleologico Nazionale, dove la sigla “Pu” è l’abbreviazione di Puglia ed il numero che la precede dà il numero d’ordine delle grotte elencate. Segue il nome del comune cui ogni grotta appartiene. Il nome posto, fra parentesi, dopo il testo di ogni leggenda, si riferisce agli Autori, di cui di seguito si dà, in ordine alfabetico, l’indicazione bibliografica completa.

Ringrazio Pierino Piepoli, amico sempre attento e prezioso, che mi ha segnalato l’articolo su “Le scarpette della Madonna” riferita alla Grotta della Madonna delle Grazie (Pu 5) a Putignano.

Bibliografia

AGRUSTI V., 1990 - Schizzo generale del brigantaggio nella Murgia dei Trulli. A cura di Angelo Martellotta, Schena Ed. (Fasano): 1-248.

CARDONE G., 1985 - Su alcune grotte nella cartografia antica di Locorotondo. Atti del 1° Conv. Reg. di Spel. (Castellana-Grotte, 6-7 giugno 1981): 51-54.

CONVERTINI A., 1827 - Storia di Locorotondo (Manoscritto).

ELBA V., 1970 - Storia e leggenda in alcuni monumenti poco conosciuti. «Nocigazzettino» (Noci), Anno III, n°4, aprile 1970: 8.

FAVALE F.F., OROFINO F., 1994 - Grotte, caverne e voragini. In FAVALE F.F., 1994, Le Grotte di Polignano. Studi in memoria di Franco Orofino. Ed. Federazione Speleologica Pugliese, Tiemme (Manduria): 73-236.

GIOJA P., 1839-43 - Conferenze istoriche sulla origine e sui progressi del Comune di Noci in Terra di Bari. 1ª Ediz. (Napoli); 1899-1900, 2ª Ediz. (Noci); 1970, 3ª Ediz., Ind. Graf. Laterza (Bari): 1-500.

LOLIVA C., MARZULLO G., 1996 - Le scarpette della Madonna. «Il Giornale di Putignano» (Putignano), n° 6, gennaio 1996: 18.

MANGHISI V., 1983 - Leggende carsiche del Sud-Est barese. «Fogli per Castellana» (Castellana-Grotte), dicembre 1982, n° 9-10: 269-279.

MANGHISI V., 1992 - Leggende carsiche del Sud-Est barese. (II). «Fogli per Castellana» (Castellana-Grotte), dicembre 1992, n° 12: 138-156.

MANGHISI V., 1993 - L’Arcangelo Michele e il diavolo in un racconto popolare sulla Grotta di S. Michele a Putignano (Ba). «Puglia Grotte», Bollettino del Gruppo Puglia Grotte (Castellana-Grotte): 33-35.

MANGHISI V., 1995 - Leggende carsiche del Sud-Est barese (III). «Fogli per Castellana» (Castellana-Grotte), dicembre 1994, n° 13: 49-61.

MOREA L., 1951-52 - Contributo alla conoscenza delle forme carsiche del territorio di Noci. Università di Bari (Tesi di Laurea).

SAVINO G., 1993 - Esplorazioni in territorio di Castellana-Grotte e Monopoli. «Puglia Grotte», Bollettino del Gruppo Puglia Grotte (Castellana-Grotte): 21-24.

SGOBBA D., 1996 - La leggenda della Grave di Ciascone. «Puglia Grotte», Bollettino del Gruppo Puglia Grotte (Castellana-Grotte): 113-114.

VITERBO M., 1915 - Un bandito pugliese del XVIII secolo: “Scannacornacchia”. A. De Robertis (Putignano): 1-72.

Grotta di S. Michele

(4 Pu - Putignano)

Circa cento anni fa di lì passava sempre Gianvito Nasopizzuto che faceva il carrettiere, comprando e rivendendo sacchi di merce varia in questo e in quel paese. Nel passare, dunque, vicina a questa grotta, fermò il carro con il mulo Palantrone e facendosi il segno della croce, pregò S. Michele che facesse star bene lui e il mulo, suo caro amico di ventura, e se ne andò.

Cammin facendo pensò: – Perché ho pregato S. Michele? Là c’è pure il diavolo e se c’è, è segno che bisogna pregarlo.

Senza portarlo per le lunghe, quando Gianvito, due giorni dopo passò di lì, accese per devozione due cerotti: uno a S. Michele e l’altro al diavolo.

Contento continuò il suo cammino cantando una canzone da carrettiere che Palantrone accompagnava col ticchettìo degli zoccoli sulla strada. Ripassò dopo un po’ di tempo e riaccese per devozione altri due cerotti: uno a S. Michele e uno al diavolo.

Una sera tardi, stanco si trovò a Manduria presso un’osteria, aveva fame, allora si fermò e chiese due uova arrostite. L’ostessa gliele servì.

Aveva già finito di mangiarle e si stava pulendo il muso con il fazzoletto rosso, quando un amico lo chiamò e lo condusse con sè e Gianvito Nasopizzuto si scordò di pagare il conto. Che ti vedesti? L’ostessa chiamò in giudizio il carrettiere. Ella al giudice disse che avrebbe messo quelle uova sotto la chioccia, sarebbero nati pulcini che le avrebbero fatto trecento uova l’anno. Avrebbe poi fatto ricovare tutte le uova e avrebbe avuto migliaia e migliaia di polli. Per questo citò Gianvito a pagarle ventimila lire.

Il povero Gianvito si era completamente scordato, come abbiamo detto. Quando si vide essere chiamato dal giudice, andò dall’ostessa con le buone e volle persuaderla a prendersi due lire, costo delle uova, compreso il consumo del fuoco per arrostirle. Tutt’al più gliene avrebbe dato quattro e anche sei lire, purché si concludesse il tutto.

E l’ostessa disse. – No, no e no. la causa ora è nelle mani del giudice e quello che fa lui è ben fatto!

Erano tempi di estrema miseria; Gianvito tornò a casa col cuore pieno d’amarezza: avrebbe venduto il carro, il mulo, la stalla e il sottano ove abitava e poi sarebbe restato sul lastrico!

Si mise in cammino e andò da S. Michele e gli raccontò il fatto. Ma S. Michele, aveva sempre fatto delle grazie portentose a nobili e signori, forse non volle curarsi di quest’umile carrettiere e finse di non sentire.

Gianvito allora con le lagrime agli occhi si rivolse al diavolo, il quale allargando le braccia e sorridendo disse: – Non ti preoccupare, io son capace di questo e di altro: sono stato capace di far uscire gli uomini fin da casa del diavolo. Tu presentati alla causa per il giorno fissato. Aspettami lì e ti farò vedere quanto valgo.

Così fece. Il giudice disse a Gianvito di scegliersi un avvocato e Gianvito: – Ora verrà il mio avvocato.

Aspetta aspetta, ma nessuno si vedeva. Il giudice si arrabbia ben[e] bene per la terza volta. Gianvito è disperato e pensa: «Quando ti trovi in mezzo ai guai nessuno, nessuno, nessuno ti aiuta: ti rivolgi ai santi e fingono di non sentire, ti rivolgi al diavolo e quello si burla di te e poi pretendono la devozione… il cerotto… la candela.»

Mentre così pensava, si vide entrare in pretura un ometto svelto e nero nero che disse con voce squillante: – Sono il difensore di Gianvito Nasopizzuto.

E il giudice tonando con la sua voce come un cannone: – Perché non siete venuto prima? a quest’ora si viene all’udienza?

– Signor giudice, dovete scusare; ho finito proprio adesso di seminare uno stoppello di ceci arrostiti.

– Tu vuoi pigliarci in giro, si seminano e nascono i ceci arrostiti?

– È vero, signor giudice, è verissimo. Ma mi dica l’ostessa che ha chiamato in giudizio Gianvito Nasopizzuto, dalle uova arrostite nascono i pulcini?

E allora il giudice sentenziò: – Hai ragione; sia condannata l’ostessa a pagare tutte le spese del processo e Gianvito a pagare solo il costo di due uova.

(MANGHISI V., 1993)

Grotta della Madonna delle Grazie

(5 Pu - Putignano)

A 5 chilometri da Putignano c’è la grotta della Madonna delle Grazie. In passato è stato un luogo di culto attivo ma, sulla grotta, esiste una leggenda ancora molto diffusa nelle campagne, che vi vogliamo raccontare…

Tanto tempo fa la Madonna passò da Putignano e si incamminò lungo la strada che porta a Mastricale. Quella “luminosa” signora fu vista fermarsi ad un pozzo, dissetarsi e poi più avanti sostare vicino un parete. Quasi a segnare per sempre il suo passaggio, la Madonna lasciò una impronta delle sue scarpette, ben visibile, su di un lastrone di pietra, poi proseguì, più avanti, sempre più su, verso una grotta dove visse per un pò di tempo…

Quella grotta, rimase ignota agli uomini per tanti anni fin quando un bue, che veniva accompagnato al pascolo, posò lo zoccolo su di una pietra che, improvvisamente, sprofondò nel buio… Là sotto c’era la grotta della Madonna che rivedeva la luce dopo secoli e secoli e, nella grotta c’era una statua che raffigurava la Madonna con il bambino e, in un cunicolo che sembrava un forno, c’erano pietre dalle forme di pani…

Gli uomini devoti trasformarono la grotta in chiesetta, realizzarono un portale d’ingresso e un altare. Incredibilmente, nella pietra che era sprofondata rivelando la grotta, era rimasta impressa, come fosse sabbia, l’impronta del bue. I devoti la raccolsero e la collocarono lungo un parete, insieme all’impronta delle scarpette della Madonna.

Se passate da via Mastricale, proprio dopo una delle curve che portano a Pin Pen, ancor oggi potete osservare il lastrone di pietra con “l’impronta delle scarpette” della Madonna, che viene imbiancata ogni anno e segnata con una croce dagli agricoltori del luogo…

Prima di quella curva, all’ingresso della Masseria Palazzo, subito dietro il parete dove sostò la Madonna nel suo cammino, i devoti edificarono una cappella che esiste tuttora e che fino a qualche anno fa era meta di pellegrinaggio nel giorno della Madonna delle Grazie…

(LOLIVA C., MARZULLO G., 1996)

Grotte di Castellana

(8 Pu - Castellana-Grotte)

Grotticella presso Stabilimento Trebotti

(554 Pu - Castellana-Grotte)

Nel periodo 1776-1782, i territori castellanesi, putignanesi e quelli(*) limitrofi furono lo scenario delle feroci imprese del terribile bandito Scannacornacchia. Scannacornacchia, al secolo Nicola Spinosa, nacque a Castellana nel 1752 ed iniziò la sua vita di bandito a 24 anni dopo l’uccisione di un suo concittadino, Cesare Mastroleo.

Così lo descrive Michele Viterbo nel suo libro «Un bandito pugliese del XVIII secolo: Scannacornacchia», stampato a Putignano nel 1915: “statura alta, corporatura giusta, faccia lunga secca e bruna, naso pizzuto e lungo, occhi castagno e capelli che davano sul nero, con un bottoncino d’oro all’orecchio destro. Vestiva spesso con montura verde con rivolte e pettino di scarlatto guarnito d’oro, camiciuola rossa con passamani d’oro, calzoni di vellutino nero, stivali di panno cenerino e cappello tondo, ed altre volte con sarica di vellutino bleu con bottoni e bordatura d’oro. Portava una piccola rete nera in testa e fibie d’argento alle scarpe. Alle gambe, e proprio sotto il ginocchio, aveva una fettuccina con fibia, che appuntava al disopra alla fuciliere. Quando cavalcava, aveva pistola, coltello e archibugio a doppio, una larga fascia alla cintura e pennacchiera nera al cappello. Figura maschia, sguardo torvo, gesto volgare ma imperioso”.

Egli godeva della protezione, ovviamente non dichiarata pubblicamente, del Conte di Conversano, Giulio Antonio Acquaviva d’Aragona, figlio di Giangirolamo, fortunatamente espressione di una nobiltà in via di estinzione. Egli seminò il terrore in tutto il circondario di Castellana e di Putignano e giunse addirittura ad assediare con la sua banda quest’ultima città, facendo vivere nel terrore la popolazione.

Le imprese criminose di questo bandito sono ancora note agli anziani castellanesi; queste tragiche vicende, tramandate di generazione in generazione, costituiscono il retaggio delle antiche storie che venivano raccontate la sera attorno al fuoco dove si riuniva la famiglia patriarcale; esse sono ormai intrise di leggende più o meno veritiere.

Una di queste storie racconta che spesso Scannacornacchia e la sua banda si appostavano nei pressi della Grave situata allora in prossimità e a metà della strada che da Castellana conduce a Putignano. Nascosti dietro gli annosi alberi di quercia, egli appariva repentinamente agli impauriti viandanti, che per conservare la loro vita, si lasciavano depredare di tutti i loro beni. E se per colmo di sventura; egli riconosceva qualcuno che lo aveva offeso o che gli opponeva resistenza, allora egli non esitava neanche per un istante, ma anzi con divertita ferocia, a scaraventarlo giù nella Grave. Di questi poveri sventurati erano probabilmente le ossa che furono rinvenute sul fondo della Grave nel corso delle prime esplorazioni speleologiche.

Un’altra grotta sicuramente frequentata da Scannacornacchia e dalla sua banda era la Grotticella presso lo Stabilimento Trebotti, come mi fu raccontato da Giovanni Mastromarino, anziano contadino castellanese, classe 1895. Essa era situata quasi sul fondo del “Lago” di Contrada Trebotti, a poca distanza dal centro di Castellana, ed era perfettamente adattata ad abitazione umana. La cavità aveva un’ingresso modificato a forma di porta e nel suo interno si presentava quasi asciutta. Essa aveva varie nicchie e ripiani lungo le pareti per riporre oggetti di uso quotidiano. Una sua concamerazione laterale era stata adibita a cucina con relativo camino naturale.

Sicuramente altre grotte del circondario (Putignano, Noci, Conversano, Fasano, ecc.) furono utilizzate dal bandito e dagli uomini della sua banda allorché furono braccati dalle guardie che gli diedero la caccia.

Scannacornacchia a cavallo, disegno dalla copertina del libro «Un bandito pugliese del XVIII secolo» di Michele Viterbo

Disegno tratto dalla copertina del libro di Michele Viterbo.

Per la cronaca, nel 1782, Scannacornacchia cadde in un’imboscata e sebbene ferito, riuscì a scappare e a rifugiarsi in una masseria; ma fu subito accerchiato e temendo di cadere vivo nelle mani delle guardie, ordinò alla sua fedele compagna Domenica Pugliese, detta “Falcona” di spararglii. Ciò che la donna immediatamente fece, mettendo così fine per sempre alle criminose attività dello Spinosa.

(Leggenda raccolta negli anni ‘70)

Grave Gentile

(11 Pu - Polignano a Mare)

Un intricatissimo groviglio di rovi abbarbicati a piccoli alberi di quercia e foltissimi cespugli di lentisco, mascherano l’imbocco della voragine che si apre al limite meridionale del territorio polignanese, ad appena un paio di chilometri da Castellana-Grotte, in contrada Selva Fina.

Nel 1937 un ragazzo credette di intravedere tra il fogliame che circondava il duplice imbocco della grave, una creatura mostruosa: un misto di lupo, orso e pantera. Le numerose battute organizzate nei dintorni non dettero alcun risultato.

(FAVALE F.F., OROFINO F., 1994)

Rilievo della Grava Gentile (11 Pu): sezione e planimetria

Fig. 3 – Rilievo della Grava Gentile (11 Pu).

Grave di Santa Lucia

(16 Pu - Monopoli)

Il brigante Giorgio Palmisani e i suoi uomini, “l'8 ottobre sequestrarono un tal Francesco Carrieri, sopradetto il monaco, onesto uomo di mestiere vaticale, nativo di Fasano, il quale ogni giorno provvedeva Alberobello di olio e sapone. Dopo averlo rubato di quel che portava indosso, vivo barbaramente, lo gittarono nella grave aratica perché lo credevano referendario di notizie a loro danno.

In un campetto presso la Casina delle Fornelle in contrada Cervarulo, proprietario dal 1918 il signor Giuseppe Di Mola, v’è la grave. Sul luogo il possessore del podere, sulla scorta delle notizie apprese da ragazzo, mi racconta alcuni particolari della vita malavitosi del Palmisani.

La voragine, profonda prima venti metri e subito dopo altri sessanta, ispezionata dai Gruppi di Speleologia di Castellana, Monopoli e Martina Franca, ha inghiottito nel passato alcuni infelici, ai quali, per impedire la risalita, il feroce brigante frantumava le falangi.

Un monaco, che in quei luoghi si recava a celebrar messa, ebbe, invece, amputate le dita con l’accetta e fu catapultato giù per aver osato riferire notizie sul furto operato dalla comitiva alla masseria La Grotta.

Il Ciaccia, di cui nel ms., fattore (vuale’n) della masseria Calmerio, credendo di difendere gli interessi del padrone, impedì ad una vecchietta di portar via dal bosco un mucchio di fascine. L’atto non piacque al Palmisani, che dei poveri si ergeva a difensore, quindi lo sequestrò e lo menò verso la grave. Il poveraccio che sapeva la fine che l’attendeva, supplicò più volte il carnefice d’essere ucciso poco prima, cosa che avvenne.

Ad appena quattro metri dall’imbocco di quell’albero, ora protetto da una grata, si erge una maestosa quercia sul cui tronco, sempre a detta del signor Di Mola, sono scarnificate tre croci, coperte dalla densa edera; certamente sono il ricordo della tragica fine di tre tribolati individui.”

(AGRUSTI V., 1990)

Grotta Episcopina

(51 Pu - Polignano a Mare)

Localizzata sul versante occidentale del solco vallivo di contrada Marinesca, nella porzione di territorio compreso tra Grottascangia e contrada La Grave, la Grotta Episcopina inizia con un comodo ingresso, probabilmente anche in parte adattato dall’uomo per usi agricolo-pastorali.

Di proprietà dei beni della Mensa, fu luogo di riposo e di preghiera di alcuni Vescovi, da cui ne è derivata la tradizione del nome. Tra le pietre ancora esistenti vi è qualche frammento d’altare. Nel 1924, in uno dei cunicoli laterali, fu ritrovata arrotolata una tela raffigurante una Madonna di Costantinopoli di eccezionale bellezza, finita poi presso un antiquario di Roma.

(FAVALE F.F., OROFINO F., 1994)

Rilievo della Grotta Episcopina (51 Pu): planimetria e sezione

Fig. 4 – Rilievo della Grotta Episcopina (51 Pu).

Grotta delle Monache

(62 Pu - Polignano a Mare)

La tradizione locale vuole che in questa grotta si recassero le suore del vicino ospedale durante la bella stagione estiva, dove, al riparo da sguardi indiscreti, potevano prendere i bagni. Inoltre, per consentire un agevole accesso, considerando la falesia strapiombante, avevano fatto scavare un piccolo cunicolo discendente a gradini che metteva in comunicazione il pianoro soprastante con il mare. Tale buca era ancora aperta fino a pochi anni fa e consentiva, in condizione di mare calmo, una piacevole escursione lungo tutto questo promontorio, sfruttando esigue cengie sul mare che permettevano di passare da una grotta all’altra.

(FAVALE F.F., OROFINO F., 1994)

Rilievo della Grotta delle Monache (62 Pu)

Fig. 5 – Rilievo della Grotta delle Monache (62 Pu).

Grotta dell’Arcivescovado

(67 Pu - Polignano a Mare)

È diffusa nell’opinione popolare la credenza che questa grotta costituisca il punto di fuoriuscita di cunicoli segreti che dal palazzo vescovile portano all’esterno e che nei secoli più travagliati della storia cittadina, abbiano consentito ai prelati polignanesi una facile fuga dalle incursioni nemiche.

Nella realtà invece, questa ampia caverna a base grosso modo rettangolare di genesi carsico-marina, non racchiude alcun segreto e l’angusto passaggio che al fondo dell’ambiente ha alimentato questa credenza, diviene dopo pochi metri naturalmente impraticabile.

(FAVALE F.F., OROFINO F., 1994)

Rilievo della Grotta dell'Arcivescovado (67 Pu): planimetria e sezione a-b

Fig. 6 – Rilievo della Grotta dell’Arcivescovado (67 Pu).

Grotta presso Masseria La Lite

(93 Pu - Monopoli)

In verità la curiosità che ci spingeva non era quella meramente “speleologica” ma quella dettata da alcune storie che descrivevano la grotta come ultimo e improvvisato deposito di armi usato dai tedeschi prima della loro resa alle forze alleate.

Almeno per una volta le storie popolari hanno avuto riscontro con la realtà… le condizioni della grotta, infatti, sono quelle narrate nella storia: centinaia di proiettili di diverso calibro giacciono, a grappoli, in ogni anfratto, scanalatura, alcova o frattura della cavità.

(SAVINO G., 1993)

Capovento dei Briganti

(340 Pu - Noci)

Molte sono le cavità del territorio di Noci che conservano ancora reminiscenze di gesta legate ai briganti. Il Capovento dei Briganti, situato ad appena 2 km a Nord dell’abitato di Noci era, secondo una tradizione locale, solitamente frequentato da briganti (in genere soldati borbonici o renitenti alla leva) che vivevano di furti e ricatti dopo l’annessione del Regno di Napoli al resto d’Italia. Detti briganti avrebbero inoltre nascosto all’interno della cavità un grande tesoro, che non è stato ancora ritrovato.

(Leggenda raccolta nel 1990)

Grotta di Barsento

(349 Pu - Noci)

Cavernetta di Barsento

(350 Pu - Noci)

Le Grotte di Barsento hanno notevolmente colpito la fantasia popolare che ha creato, su ambedue le cavità, numerose leggende ancora ben note agli abitanti della zona. In una di esse si aprirebbe un passaggio segreto che porterebbe alla vicina chiesa di Barsento. La caverna più grande veniva utilizzata per la lavorazione del sapone, mentre, secondo altre leggende, la grotta sarebbe abitata da un mostruoso serpente con una testa umana.

Una delle due caverne sarebbe poi in comunicazione con le note Grotte di Castellana, secondo una comune convinzione che grotte più o meno vicine comunichino tra di loro.

Altra grotta quasi leggendaria è una terza cavità situata nel pendio sotto la Chiesetta di Barsento, che alcuni hanno visitato una ventina di anni fa, ma che non è stata ancora rintracciata dagli speleologi.

(Leggende raccolte nel 1985 e nel 1989)

Caverna dei Suini a Paretano

(358 Pu - Monopoli)

Sono visibili nel territorio alberobellese e monopolitano i luoghi ove trovarono rifugio i briganti, come si racconta.

Una grotta, presso la masseria Paretano, è di mq 100; sulla volta è visibile una botola per la risalita in caso di attacco dall’entrata. Enormi macigni, poi, collocati a bella posta sul costone, costituiscono un’ottima barriera di difesa. L’approvvigionamento idrico è a m 70; la cisterna, a campana, è profonda m 5,10.

(AGRUSTI V., 1990)

Caverna di Lama Grotta

(361 Pu - Alberobello)

Cavernetta di Lama Grotta

(362 Pu - Alberobello)

Tra le masserie Badessa Vecchia e Badessa Nuova, in contrada Lamagrotte, v’è una cavità naturale semicircolare, covo di vari briganti.

Il dott. Giovanni Colucci riferisce che, circa settant’anni fa, si potevano scorgere un lastrone e sedili rudimentali, rifugio riservato ai capibanda.

Rilievo della Cavernetta di Lama Grotta (362 Pu): planimetria e sezione A-B

Fig. 7 – Rilievo della Cavernetta di Lama Grotta (362 Pu).

L’entrata ha alcune tracce significative. A poca distanza un’altra grotta, certamente per ospitare il resto della banda, presenta due entrate, utilizzate alternativamente in caso di fuga. Intorno si rinvengono ancora oggi i muretti a secco per recinti, nonostante il terreno accidentato, e una grande cisterna profonda m 7.

Si narra, inoltre, che un giorno quei briganti si siano presentati alla masseria di Vitantonio Colucci per chiedere vettovaglie, pena rappresaglie. Il Colucci, che conosceva bene i rischi d’un rifiuto, ordinò prontamente al proprio vaccaro di condurre tre asini carichi di olio, farina e sale.

(AGRUSTI V., 1990)

Grotta della Madonna della Catena

(821 Pu - Locorotondo)

“In poca distanza di un miglio circa dall’abitato nel basso delle grotte, e nei giardini adiacenti alla Chiesa della Madonna della Catena, vi erano degli antichi sepolcri […]. Nel 1790 un giovane contadino ebbe in sogno la visione che in quelle vicinanze si dovevano trovare altre grotte, e ne designò il luogo. A tale notizia vi accorse molta gente e ne fu iniziato lo scavo e fu rinvenuta la bocca delle grotte. Continuato lo scavo […alla profondità di 12 metri circa] furono trovate tre grotte intercomunicanti, e nell’ultima, alla quale si discendeva per pochi gradini incavati nella roccia, una fonte di limpida acqua, che perennemente ivi scaturisce […]”.

Sulla grotta della Madonna della Catena, però, bisogna fare una distinzione: una cosa è la grotta nel basso della chiesa e un’altra è la cavità scavata su indicazione del sogno premonitore. Mentre nella prima, cioè la grotta-sepolcro, localizzabile nell’attuale cripta della chiesa, non resta alcuna traccia che faccia riconoscere l’esistenza di una primitiva cavità, a causa dei rimaneggiamenti apportati dall’uomo, nella seconda invece tutto è ancora intatto. Il manoscritto dice che nel 1790 fu rinvenuta la bocca delle grotte mediante operazione di scavo e che successivamente, continuatosi a scavare, si rinvennero le tre grotte.

Ritengo poco attendibile questo brano. La grotta di cui si parla è un inghiottitoio il cui imbocco è attualmente occluso. Gli ambienti interni invece si raggiungono attraverso una galleria artificiale che parte dalla grotta-cripta di cui sopra. Sebbene l’imbocco originario sia chiuso, dal basso si osserva benissimo il camino dal quale nel 1790 si suppone che qualcuno sia sceso. Non si vedono per niente invece i segni di scavo, tant’è che tutta la lunghezza del pozzo è ricoperta da un sottile strato concrezionato che non può essersi accresciuto in così breve tempo. Il dato certo che resta è l’esplorazione. Infatti la descrizione degli ambienti, come la lunghezza del pozzo, come la vasca d’acqua terminale, che non è sorgiva ma di stillicidio, sono reali e tutt’oggi osservabili.

La motivazione che ha mosso questi proto-speleologi, se così si possono chiamare, non credo debba ricercarsi nell’amore dell’esplorazione e della scoperta, quanto invece nella spinta religiosa che ha poi alimentato tanta tradizione locale.

(CONVERTINI A., 1827) (CARDONE G., 1985)

Grotta di San Lorenzo

(875 Pu - Polignano a Mare)

Ubicata lungo il costone orientale del solco vallivo di Lama Crocifisso, lungo la salita di Serri di Citro, la grotta fa derivare il suo nome da un singolare vecchio albero di fico chiamato appunto di San Lorenzo.

L’ingresso costituito da un portale ampio sei metri con un architrave piatto corrispondente ad uno strato calcareo, immette in un’ampia caverna in leggera salita che conduce ad una nicchia terminale sopraelevata rispetto al piano di calpestìo…

La grotta è annerita quasi ovunque dal fuoco acceso dai tanti frequentatori della grotta: si riporta che durante la guerra 1915-18 addirittura una famiglia intera vi abbia dimorato per sfuggire al pericolo che si sarebbe corso a rimanere in città.

(FAVALE F.F., OROFINO F., 1994)

Grotta dell’Inchianata

(1298 Pu - Noci)

La cavità situata nei pressi della Masseria Inchianata, si trova a poco più di 1500 metri a Sud-Est in linea d’aria dalla più nota Grotta di Gemmabella. Essa si apre all’interno di un ampio recinto in pietra calcarea che serviva da ovile alla vicina masseria.

L’ingresso alla grotta avviene tramite un’apertura a forma di porta in una costruzione con copertura a pignone, che non lascia per nulla immaginare la presenza della cavità. Un ripido e breve cono detritico formato da pietrame di provenienza esterna ricopre e nasconde una rozza scalinata in pietra praticabile fino al 1985. Il piano di calpestìo della cavità è coperto parzialmente nella parte anteriore da un pavimento in chianche di pietra calcarea.

Secondo una tradizione locale ben nota agli abitanti dei dintorni, la cavità costituì un buon nascondiglio per i briganti (di solito ex soldati borbonici o renitenti alla leva) che pullulavano nel Mezzogiorno d’Italia.

(Leggenda raccolta nel 1990)

Rilievo della Grotta dell'Inchianata (1298 Pu): planimetria e sezione

Fig. 8 – Rilievo della Grotta dell’Inchianata (1298 Pu).

Grave di Ciascone

(non catastata - Acquaviva delle Fonti)

Adiacente alla Grave di Cimaglia si trova l’imbocco di una cavità, un tempo aperta, famosa per essere un capovento in grado di assorbire notevoli quantità d’acqua provenienti dai terreni circostanti e dalla lama in cui si apre la stessa.

Si racconta che un tempo il proprietario discese nella voragine per recuperare le parti di un carro trainato da buoi caduto nella grave a seguito del crollo di una parte del muro a secco che delimitava l’imbocco. Una volta sceso si sarebbe spaventato alla vista di due grossi rospi e, dopo quattro giorni, sarebbe morto proprio per lo spavento.

L’altra leggenda racconta che in una giornata serena si trovò di passaggio un monaco che avvertì il proprietario che da lì a poco sarebbe iniziato a piovere. Il proprietario non credette alle parole del frate dal momento che la giornata era splendida.

A questo punto il monaco tira fuori dalla tasca un laccio e lo buttò nella grave; immediatamente si scatenò una tempesta di pioggia e vento.

Oggi l’imbocco della voragine è coperto da un imponente cumulo di pietrame messo probabilmente per rendere sicuro l’imbocco.

(SGOBBA D., 1996)

Antro della Sibilla Eritrea (o Grotta di S. Antonio)

(non catastata - Locorotondo)

“Vi era nei tempi l’Antro della Sibilla Eritrea, […] posto a piè della collina ora detta Mondezzaio, denominata oggi Grotta di S. Antonio Abate, ove si rimette uno che muore impenitente; l’ultimo dei quali è stato Corrieri Giovanni di Martina, ucciso in flagranza da Cataldo Marangi, massaro di campo, come complice dell’omicidio barbaro accaduto, il dì 21 settembre 1816 […]”.

La localizzazione odierna è riferibile ad un ripiano dei giardini comunali, dalla parte che si affaccia verso la collina della Serra. L’associazione col nome della Sibilla sarà derivata più che altro da suggestioni classicheggianti ed è priva di valore storico. Interessante è però l’usanza di seppellire qui i morti impenitenti, che non avevano diritto alla sepoltura in chiesa. E questo non solo perché abbiamo un esempio di grotta-cimitero, uno dei tanti, ma anche perché la grotta doveva essere stata sede di un antico culto pagano, se da un lato era stata cristianizzata con l’attribuzione al popolare sant’Antonio, dall’altro era scaduta al ruolo di ricovero delle anime dannate, come quelle di suicidi e morti ammazzati.

Attualmente l’antro della Sibilla o di sant’Antonio si presenta come una modesta caverna d’interstrato in diversi punti rimaneggiata dall’uomo e completamente priva di concrezionamento. Il fondo originario è mascherato da una colata di cemento.

(CONVERTINI A., 1827) (CARDONE G., 1985)


(*) Nell’originale a stampa: «e quelli quelli limitrofi» (duplicazione).

Trascrizione dell’articolo di Vincenzo Manghisi pubblicato in Fogli per Castellana, n. 14, pp. 147-166, pubblicazione della Civica Biblioteca di Castellana-Grotte. La grafia e la punteggiatura dell’originale sono state mantenute; la parte tra parentesi quadre «ben[e]» a p. 150 integra una lettera tagliata dalla curvatura della pagina nella scansione. Delle figure dell’articolo sono riprodotti qui i rilievi (figg. 3-8) e il disegno dalla copertina del libro di Viterbo; le due fotografie in bianco e nero (figg. 1 e 2, l’ingresso della Grotta di S. Michele e la Grave di Castellana, foto Lennart Olson) sono omesse per la scarsa qualità della scansione in nostro possesso. Le tre note precedenti della serie sono uscite in Fogli per Castellana nn. 9-10 (1982), 12 (1992) e 13 (1994).