Leggende carsiche del Sud-Est barese
di Vincenzo Manghisi
Prima nota della serie, cui seguiranno la II (1992, n. 12) e la III (1994, n. 13) — di cui non abbiamo ancora recuperato il testo integrale — e la IV (1999, n. 14).
I fenomeni carsici — caverne, grave, inghiottitoi, ecc…. — hanno sempre impressionato la mente dell’uomo, che vi collocava un tempo esseri mostruosi e soprannaturali, creando nello stesso tempo racconti fantastici per spiegarne l’origine.
Ma il diffondersi della cultura e dei mezzi di comunicazione (giornali, libri, cinema, televisione) ha distrutto questo mondo di fiabe, provocando la scomparsa di quell’antica società patriarcale, che ogni sera, riunita attorno al focolare, raccontava le “belle storie” di una volta. Di conseguenza le leggende (nel nostro caso quelle legate al mondo sotterraneo), tramandate oralmente di generazione in generazione, vengono man mano dimenticate ed oggi ben poco rimane di quelle narrazioni fantastiche.
Il nostro intento è quello di raccogliere, custodire e tramandare ai posteri le leggende carsiche diffuse sino a pochi anni addietro.
Ci siamo limitati in questa breve nota a pubblicare solo le leggende riguardanti cavità carsiche ubicate nel sud-est barese e rintracciate dopo una attenta analisi bibliografica, che si è rivelata alquanto ardua, data l’estrema dispersione del materiale in pubblicazioni non specialistiche.
L’indicazione fra parentesi, posta sotto ogni grotta, si riferisce al catasto speleologico nazionale, dove la sigla PU sta per Puglia ed il numero che la precede dà il numero d’ordine delle grotte elencate. Segue il nome del Comune cui ogni grotta appartiene. Il nome posto fra parentesi, dopo i testi raccolti, si riferisce agli Autori, di cui di seguito si dà, in ordine alfabetico, l’indicazione bibliografica completa:
Bibliografia
ANELLI Franco, 1978. Castellana. Arcano mondo sotterraneo in Terra di Bari. Ediz. Comune di Castellana-Grotte.
BIANCO Nino, 1956. Ad un chilometro da Putignano è stato scoperto un paesaggio incantato. «U’ Scriâl» (Putignano), 22 aprile 1956: 3.
ELBA Vitantonio, 1970. Il trullo interrato e la grotta monastero: storia e leggenda in alcuni monumenti poco conosciuti. «Noci gazzettino» (Noci), 3 (4), aprile: 8.
FANIZZI Antonio, (in stampa). La Cripta della Madonna dell’Isola a Conversano.
LA SORSA Saverio, 1958. Leggende di Puglia. Tipografia Levante, Bari.
OROFINO Franco, 1965. Interessante serie di grotte lungo la parete sinistra del Canale di Pirro. «L’Alabastro» (Castellana-Grotte), 1 (5): 10.
OROFINO Franco, 1967a. Polignano e le sue grotte. «L’Alabastro» (Castellana-Grotte), 3 (17/18): 10 e 24.
OROFINO Franco, 1967b. Relazione dell’attività speleologica svolta nel corso dell’anno 1966. «Rassegna Speleologica Italiana» (Como), 19 (3): 220-227.
PIPOLI Angelo Nicola, 1962. Le grotte carsiche di Monopoli. Estratti dei n.i 10 e 11 della rivista «La Stella di Monopoli» (Monopoli), Quaderno n° 2: 1-32.
POLIGNANO Franco, 1955. Storia e leggenda del Barsento. «U’ Scriâl» (Putignano), numero unico, 28 agosto 1955: 5.
Grotta di Putignano
(1 Pu - Putignano)
Una antica leggenda vuole, che alcuni putignanesi avessero ascoltato, nelle vicinanze dell’attuale ingresso alla grotta, degli strani suoni e tintinnii, che la loro fantasia attribuiva ad un immaginario gallo d’oro ivi sepolto. I nostri antenati però, non erravano del tutto perchè in realtà quegli strani suoni, piuttosto tonfi, non erano che massi di roccia, che per semplice gravità, si erano staccati dalla volta precipitando nel sottostante baratro.
(BIANCO N., 1956)
Grotte di Castellana
(8 Pu - Castellana-Grotte)
Si raccontava infatti ancora pochi anni fa, dai vecchi di Castellana, la leggenda del contadino travolto nella grave improvvisamente aperta sotto i suoi piedi, mentre, nella divisione del raccolto del grano dell’annata accumulato sull’aia, frodava il fratello cieco. Un’altra versione della stessa leggenda vorrebbe punito invece un avaro agricoltore del luogo colpevole di aver negato l’elemosina di un pugno di grano a Gesù Cristo apparso nelle vesti di un fraticello questuante.
Da questa leggenda derivò forse il nome di grave Civaròla, la grave delle civarie o cibarie, alludendo alla fertilità del suolo atto alle colture.
Un cane vivo calato nell’interno della voragine sarebbe stato estratto interamente spolpato, ridotto ad uno scheletro.
Dalla leggenda al racconto storico è breve il passo ed è facile l’incontro.
Nella storia delle prime esplorazioni della grave, sul finire del secolo XVIII, prese forma concreta un’antica tradizione leggendaria, quella dell’avventurosa discesa nella voragine di audaci giovani di Castellana che avrebbero sfidato l’ignoto dell’abisso senza fine per liberare una bella fanciulla prigioniera di un mostro orrendo.
(ANELLI F., 1978)
Grave S. Lucia
(16 Pu - Monopoli)
Un soldato di Pirro seduttore.
Nell’agro di Monopoli, in località detta S. Lucia, esiste una grava molto lunga e contorta, di cui non si conosce l’estensione ed il termine.
Si racconta che durante le guerre tarantine un soldato di Pirro passando per quei luoghi vide un’avvenente donzella, della quale s’invaghì perdutamente. La fanciulla era ritrosa al suo amore, ma quegli seppe circuirla di tante seduzioni, che la indusse a fuggire.
I parenti, saputo lo scandalo, andarono in cerca del traditore, e quando lo rintracciarono, mossi dall’ira e dalla vendetta, lo uccisero e lo buttarono in quel baratro.
Il suo spirito va ramingo nella voragine, e spesso si sentono fischi e lamenti prodotti da esso.
(LA SORSA S., 1958)
A Sud-Est della buca ed a circa 7-8 metri dalla stessa, una grossa e secolare quercia che porta sulla corteccia del tronco, a petto d’uomo, ancora incisi i segni rigonfi cicatriziali di tre antiche crocette corrispondenti, secondo la tradizione del luogo, al numero di tre persone fatte precipitare per vendetta nella voragine, proietta la sua ombra sul terreno adiacente,…..
(PIPOLI A. N., 1962)
Grave di Frassineto
(17 Pu - Sammichele di Bari)
Nelle vicinanze di Gioia v’è una profonda voragine, che desta paura per i boati che il vento produce in essa. Narra la leggenda che un giorno per motivi ignoti un tale uccise un vecchio e lo buttò nella grava. L’anima sua non potè volare in cielo, ma rimase a vagolare nel posto dove il corpo giacque. Perciò durante la notte appaiono delle fiammelle, e chi ha l’imprudenza d’affacciarsi alla voragine, ode un urlo, un lagno, un pianto, e si sente sfiorare da un turbine, come se una mano misteriosa lo afferri e lo stringa alla gola.
Aggiunge il volgo che durante la notte lo spirito dell’ucciso va vagolando fuori dell’abisso, e ravvisando in ogni viandante il suo boia, tenta di trascinarlo giù nell’inferno, perchè la grava certamente mena colà.
L’acqua piovana contorcendosi sull’orlo del precipizio, forma un vortice lungo e profondo, e lo spirito del vecchio fa grandi sforzi per ricacciarla fuori.
(LA SORSA S., 1958)
Grotta Palazzese
(66 Pu - Polignano a Mare)
La Regina Giovanna d’Angiò.
Questa capricciosa, frivola e perversa regina commise molte stranezze, follie e delitti, e la fantasia popolare si sbizzarrì nel crearne più di quelli che effettivamente la macchiarono.
Tra l’altro si racconta che essendo venuta in Puglia, volle visitare le grotte di Polignano, ed entrata nella maggiore, la Palazzese, rimase incantata nell’ammirare le rare bellezze. Dinanzi a quello superbo spettacolo, che offriva la natura, sentì più forti gli stimoli della libidine, e sdraiatasi su una sporgenza, volle godere un’ora di felicità con un paggio che l’accompagnava.
Il volgo addita ai visitatori detta scogliera, e narra la leggenda per infamare la memoria della perfida sovrana.
(LA SORSA S., 1958)
Grotta della Rondinella
(71 Pu - Polignano a Mare)
La grotta deve il suo nome ad una rondine che soleva ricostruire il nido di anno in anno in uno dei tanti anfratti della volta. Un anno, una tempesta più violenta delle altre lo distrusse. La leggenda vuole che l’udire durante le burrasche, frammisto al fragore delle onde che s’infrangono sulla scogliera, il disperato pigolìo dei piccoli ed il lancinante smarrito squittìo della rondine è indice di sventura.
(OROFINO F., 1967a)
Grotta S. Oronzo
(75 Pu - Turi)
Da pochi anni si erano introdotti i riti cristiani nel piccolo paese di Turi, e la gente spesso si recava in campagna a festeggiare la primavera. Un giorno, mentre alcuni erano in uno spiazzo, lontano circa un Km. dall’abitato, si sprofondò improvvisamente la terra e inghiottì tutti. Ma con somma meraviglia i disgraziati si trovarono in una grotta oscura, in fondo alla quale ne videro un’altra, in cui c’era un vecchio inginocchiato in atto di preghiera.
Lo chiamarono, lo scossero, ma quegli non si mosse.
Stupiti del fatto, dopo mille sforzi e superando molti ostacoli, riuscirono a vedere la luce, e corsi in città, narrarono alle autorità quanto avevano visto. Dapprima non furono creduti, ma poi alcuni, spinti dalla curiosità, vi si recarono, e videro che quell’uomo era la statua di S. Oronzo.
Accorsero altri fedeli e, presa la statua, la portarono processionalmente in paese, dove è venerata con grande devozione.
(LA SORSA S., 1958)
Grotta della Chiesa dell’Isola
(81 Pu - Conversano)
La leggenda riportata dal Tarsia narra che una notte apparve ad una fanciulla la Madonna, che le indicò una grotta ove adorarla. La mattina successiva, la fanciulla espose a sua zia la visione avuta, ma questa non le credette; finalmente, dopo tre successive apparizioni, la zia decise di accompagnare la nipote sul luogo che la Madonna le aveva indicato in sogno. Un folto gruppo di persone accompagnò la fanciulla e sua zia. Giunti sul posto, un macellaio armato di un grosso coltello, tentò di svellere i cespugli che erano cresciuti attorno all’ingresso della grotta e che lo nascondevano; di lì la fanciulla vedeva provenire una intensa luce e con grande meraviglia di tutti il pur robusto coltello si spezzò.
Tornato il macellaio in paese, la gente che era ad attendere notizie della visione, gli chiese cosa avesse visto, ma egli rispose che quanto diceva la fanciulla era pura fantasia; per giunta il coltello che aveva adoperato per tagliare gli arbusti, si era spezzato. Alla richiesta di mostrare tale coltello, grande fu la sua meraviglia nel vederlo perfettamente integro.
Visto ciò, il popolo si recò dal Vescovo di Conversano, che all’epoca era lo spagnolo Fra’ Pietro de Migolla e gli espose la visione avuta dalla fanciulla; ciò rispondeva anche ad una antica tradizione sulla esistenza in quello stesso luogo di una immagine della Vergine. Incoraggiati dal Vescovo molti altri si recarono sul posto e, con vari attrezzi, liberarono l’ingresso della grotta. In essa rinvennero un dipinto raffigurante la Madonna che regge fra le braccia Gesù ed una statua della Vergine, che in un primo momento si credette raffigurasse S. Anna, ma il Tarsia dice che su di essa erano scolpite in lettere greche le parole Mater Dei.
In seguito a tale scoperta, sul luogo si recò in solenne processione il Vescovo e tutto il Clero, indi benedisse il luogo ed esortò la folla a corrispondere alla protezione della Vergine, che in quel luogo aveva voluto manifestarsi.
(FANIZZI A.)
Grotta di Barsento
(349 Pu - Noci)
Una notte di un tempo ormai lontano, l’immagine di una donna dal volto viperino, apparve in sogno a venti uomini, invitando ciascuno a recarsi nella valle di Barsento, ove avrebbe trovato gli altri compagni, con i quali dover ascendere il colle, e fra i boschi scoprire una grotta. In quella grotta è una gran quantità di oro, che alcuni ladroni nascosero. L’ombra sprona gli uomini ad impossessarsene e dividerlo in eguale misura. Ma di essi ne torneranno a valle diciannove, uno dovrà soccombere; così è dettato da una legge misteriosa.
Sul far della notte i venti uomini si avvicinano al colle. Uno di essi che è zoppo, secondo la nascosta e malvagia decisione degli altri, sarà la vittima. Ma i diciannove han fatto i conti senza l’ombra della donna.
La compagnia s’interna nel bosco, e, dove la vegetazione è più folta, scopre la grotta le cui pareti scintillano di un misterioso chiarore. Discendono nel fondo dell’antro e vedono numerosi canestri intessuti di fisullo* d’oro, pieni di frutti di oro. Dallo sfondo si stacca un aratore pure di oro: egli impugna un pungolo d’oro, ha innanzi un aratro d’oro a cui son legati due grossi buoi di oro massiccio.
Avanti siede un uomo: non è di oro, ma di una sostanza inafferrabile, ed ha in mano una gran mazza di ferro. Quando i ladroni nascosero tutto quell’oro, vollero metterci accanto un guardiano, e la vittima, indicata dal sorteggio fu sgozzata, e la sua ombra è costretta a vegliare, a difendere. Poi, forse per una misteriosa legge, invia in sogno agli uomini la donna dal volto viperino, promettendo loro di cedere il tesoro nascosto, a patto però che uno scelto da lui muoia: l’anima della nuova vittima sostituirà la sua, che potrà raggiungere alfine i regni dell’al di là. Il tesoro intanto non viene mai afferrato da nessuno. Quest’altalena di vicende si ripete in eterno, forse fino alla fine del mondo, ingannando gli uomini con i loro egoismi ed i loro sogni.
I diciannove uomini intanto, alla vista di tanto oro sentono ancor più accendersi nell’animo l’intenzione di sacrificare lo zoppo, per placare lo spirito corrucciato del guardiano. Si avventano anzi contro di lui per immobilizzarlo. Ma questi è inafferrabile, perchè ombra: sorge in piedi, leva alta la mazza di ferro e la lascia cadere con forza sui corpi dei malcapitati. Improvvisamente, per una forza di incanto, i tesori scompaiono e gli avventurieri si ritrovano stramazzati, guerci, malconci. Di quei venti solo lo zoppo rimane incolume.
(POLIGNANO F., 1955)
* Così nella pubblicazione originaria; ma lo crediamo un errore di stampa in luogo di frisillo, sorta di nastrino, o galloncino (nota della R.).
Caverna Grande di Lama Grotta
(361 Pu - Alberobello)
Secondo quanto si racconta, due innamorati sorpresi nella grotta loro usuale ritrovo, dal crudele zio e tutore della ragazza, vi furono imprigionati in modo particolare.
Lo spietato tiranno fece, infatti, costruire e montare all’ingresso della grotta una complicatissima trappola comandata da una serie di fili che fece disporre attraverso l’apertura.
Ma lo gnomo dei boschi ebbe pietà dei due innamorati, condannati ormai a una morte lenta nella grotta o atroce fra i coltelli della trappola, e li trasformò in esseri alati capaci di evitare gli ostacoli anche senza vederli: «i pipistrelli».
(OROFINO F., 1965)
Grotta del Fico
(499 Pu - Putignano)
Infatti alcune leggende dicono che questa cavità, verso la metà del 1800 fu un covo di briganti: alla scomparsa di questi, i contadini temendo il misterioso mondo sotterraneo, non osarono avventurarsi nelle viscere della terra, finchè in una notte di tempesta, alcuni videro avvicinarsi all’imbocco uno straniero che cavalcava un magnifico destriero bianco. L’intruso, penetrato nella grotta, ne sarebbe uscito poco dopo con pesanti bisacce ricolme d’oro. Da allora la cavità divenne meta di scavi alla ricerca di tesori, creati dalla immaginazione di qualche buontempone.
(ELBA V., 1970)
Grotta del Tesoro
(590 Pu - Gioia del Colle)
Si racconta che il proprietario abbia rinvenuto nel sotterraneo, antico covo di banditi, dei marenghi d’oro e vari oggetti di valore.
(OROFINO F., 1967b)
Trascrizione dell’articolo di Vincenzo Manghisi pubblicato in Fogli per Castellana, n. 9-10, pp. 269-279, Civica Biblioteca di Castellana-Grotte, dicembre 1982 — prima nota della serie Leggende carsiche del Sud-Est barese. Le quattro fotografie in bianco e nero che accompagnavano l’articolo (la Grave di Castellana nel 1937 e il suo cavernone d’ingresso, donate alla Biblioteca Civica dall’avv. Giovanni de Bellis fu Carlo; e la Grotta di Sant’Oronzo a Turi, cavernone e cripta con l’altare, foto di Pino Piccolo) sono state omesse per la scarsa qualità della scansione in nostro possesso.