Spedizione «Corchia '73»
di Giorgio Braschi, Gruppo Puglia Grotte
La Dyane arranca faticosamente tra nuvole di polvere sulla ripida e sconnessa strada delle cave. Gianni, alla guida, impreca tra i denti evitando i massi che appaiono dietro le curve; a destra, minaccioso, il profondo burrone. Tra un sobbalzo e l’altro osservo i fianchi imbiancati di neve del Monte Corchia: non promettono niente di buono. Già le pessime previsioni del tempo ci hanno fatto rinunciare al fondo, ora con la neve in fusione sono certo che non si andrà più in là del Campo Base; staremo a vedere. Avevo già visto il Corchia due anni fa, ospite con Gino dei bolognesi; questa volta è diverso: questa è la nostra spedizione, la prima spedizione pugliese in una grotta a questo livello di difficoltà. Tra l’altro è la prima volta che useremo il metodo Mitchell di risalita in una spedizione vera e propria; forse siamo il primo gruppo italiano ad usarlo. Un improvviso silenzio mi distoglie dai miei pensieri: singhiozzando l’auto si è fermata per la salita troppo ripida; dopo numerosi sforzi e spinte riusciamo a rimetterla in marcia. Ci fermiamo ad uno spiazzo 100 m più avanti che permette il parcheggio alle due Dyane e l’inversione di marcia per il ritorno. Scarichiamo i sette grossi tubolari pensando con leggero disgusto ai due-trecento metri di dislivello che dobbiamo fare a piedi; indossiamo i tubolari, lunga discussione su chi debba portare per il primo turno i due comuni e si parte. Pino illustra continuamente le varie fasi della faticosa salita con una vivace telecronaca; da dove tiri fuori tutto quel fiato non riusciamo proprio a capirlo. Alle case dei cavatori troviamo la neve anche sulla strada, ma ormai siamo arrivati. Mino, che per primo raggiunge l’ingresso, ci guarda con aria preoccupata: ha sentito il rombo del vento e l’ha scambiato per uno scrosciare d’acqua.
Sono le 12,30 quando iniziamo il veloce passamano dei sacchi dalla strettoia d’ingresso alla sala del trivio; piove acqua da tutte le parti, a terra scorre allegramente un piccolo ruscelletto. Una rapida corsa alla fonte del ramo laterale per caricare le lampade e la lunga marcia ha inizio.
Penso che il Corchia debba la sua fama essenzialmente a due cose: le difficoltà di percorrenza che non sono mai troppo elevate, ma che sono continue evitando così la monotonia, e la bellezza degli ambienti. Superata la seconda frana ci rendiamo conto di quanto ciò sia vero; ha inizio il vero e proprio Canyon; tranne pochi tratti non dà tregua: si deve avanzare in spaccata, in opposizione, si traversa sulle pareti laterali, nei punti difficili occorre organizzare dei passamano per trasportare i grossi tubolari. Il fondo del Canyon a volte affiora a volte si perde nel buio tra le pareti che si restringono sotto di noi; la galleria si snoda scavata nel marmo candido, le ombre di curiose forme di erosione scolpite nelle pareti creano suggestivi effetti di chiaroscuro. Di tanto in tanto delle corde fisse danno un prezioso aiuto nei passaggi più pericolosi. Al bivio per il Pozzo Bertarelli ci fermiamo per riposare qualche minuto; è da stamattina che non tocchiamo cibo e ci gettiamo con avidità su un tubetto di latte condensato; lunghe proteste di Gino che ritiene inutile la fermata: il suo metabolismo gli consente il digiuno anche sotto sforzo, ma noi comuni mortali non gli diamo neppure ascolto: siamo troppo presi dall’opera di distruzione del povero tubetto. Alle 15,30 siamo al Pozzacchione. È il primo salto importante e il più profondo che incontreremo: 50 m prevalentemente nel vuoto; mettiamo in pratica la novità della spedizione armandola con la sola corda ed uno spezzone di scala da dieci metri; discesa con discensore, risalita col metodo Mitchell usando due Dressler anziché le due Jumar; la scaletta servirà alla risalita per facilitare lo scavalcamento dell’orlo. Per risparmiare tempo decidiamo di scendere con i tubolari personali; i due voluminosi tubolari comuni verranno calati a parte. Scendo per primo: mi devo fermare a metà pozzo a liberare la corda impigliata su uno spuntone; arrivato giù mi accorgo con disappunto che manca un buon metro e mezzo di corda: penso che avremo del filo da torcere al ritorno per agganciarci alla corda. Mi porto fuori tiro da eventuali cadute di pietre e dò il «via libera»; scende Gianni; dalla lentezza con cui si avvicina capisco che è in difficoltà; lo sento soffiare, sbuffa, tenta di dirmi qualcosa ma un gorgoglio inarticolato gli si strozza in gola. Ad una decina di metri dal fondo si inclina paurosamente; con raccapriccio mi precipito alla base pronto a soccorrere in qualche modo l’amico in difficoltà, ma con sollievo lo vedo arrivare giù lentamente senza incidenti; col viso stravolto, ma di buon umore, mi spiega che aveva il cinturone messo male che gli premeva sulle costole. Risaliamo il cumulo di massi del fondo; osservo la discesa di Pino e solo ora mi rendo conto della bellezza e della maestosità del Pozzacchione; le luci in movimento dei piccoli uomini che manovrano in alto danno vita ad una danza surreale di bagliori ed ombre tra bianche lame di marmo e sinistre forme d’erosione; sulla destra una gigantesca cortina di lastroni rocciosi si innalza perdendosi nelle tenebre; il rumore di una lontana cascata fa sorgere cupi pensieri mentre il fruscio sommesso del discensore di Pino si fa sempre più intenso. Dopo Pino arrivano i due tubolari comuni; cerco un buon attacco per le scale del pozzetto da cinque metri successivo e quando Gino e Mino sono arrivati, iniziamo la discesa. Di fronte a noi c’è un nero e impenetrabile vuoto; solo il fascio concentrato delle elettriche riesce a tagliare il buio illuminando lontane pareti e imponenti blocchi accatastati in caotico disordine: è il Salone Manaresi; sulla sinistra un enorme imbuto di sabbia, sfasciumi e massi in bilico, si fa riconoscere per il Pozzo “Franoso”, per l’appunto: il rumore sotterraneo è ora più forte e distinto. Seguendo la parete di destra raggiungiamo il laghetto «abbeveratoio»; l’acqua, limpidissima, è alimentata dallo stillicidio dell’alto camino sovrastante; col mestolo che troviamo lì accanto beviamo e riempiamo le lampade; intorno biancheggiano numerosi i resti di carburo consumato; controlliamo le lampade: l’odore penetrante dell’acetilene si spande nell’aria. Mentre gli altri finiscono prendo il mio materiale e la corda da sessanta da lasciare agli Scivoli. Scendo lungo la grande frana scavalcando e aggirando imponenti massi; al fondo un sacco di plastica nera alto un metro e mezzo e pieno di rifiuti mi fa pensare con gratitudine all’operazione diretta da Pasquini per la pulizia del Corchia, esattamente un anno fa. Agli Scivoli trovo finalmente le prime concrezioni che la grotta presenta; sistemo rapidamente la corda mentre arrivano gli altri; dopo una decina di metri di discesa facciamo un altro ancoraggio per attenuare l’elasticità della corda; si scende alla marinara ed è un vero spasso; i due sacchi comuni vengono letteralmente lanciati giù non senza qualche preoccupazione per il materiale contenuto (leggi «viveri»); in breve tempo siamo alle grosse stalagmiti che delimitano lo scivolo iniziale del Pozzo delle Lame. Risparmiamo scale ancorando due spezzoni di dieci metri ad un vecchio decrepito chiodo a pressione che abbiamo visto 5-6 metri più in basso; Gino inizia a scendere col tubolare personale e uno comune; arrivato giù comunica che mancano un paio di metri di scale; sistemo le scale aggiungendo un altro cordino, prendo il mio tubolare e l’altro comune e scendo un po’ strozzato dal peso; sono abituato a usare il discensore in vita, ma farlo con due tubolari è un po’ una sofferenza; comunque sono solo venti metri. Poco più giù, sull’imbocco del pozzo da sette metri, una borraccia in buono stato fa bella mostra di sé; la lasciamo dov’è ripromettendoci di recuperarla al ritorno. Per l’attacco delle scale troviamo un cordino di manilla, uno dei malefici imbraghi di manilla che provocano tanti incidenti; lo distruggiamo immediatamente con furore selvaggio sostituendolo con uno dei nostri ben più salutari ed igienici cordini di nailon. Pochi metri più sotto, dopo un facile ma aereo passaggio, si apre il Pozzo del Portello di trenta metri; anche qui non useremo scale, dato che è completamente nel vuoto e addirittura c’è un comodissimo terrazzino appena sotto il bordo. Scendono subito Gino, Mino e Gianni, accompagnati dal rumore dell’acqua simile al rombo sommesso di una turbina. Con Pino calo in pochi istanti i due tubolari comuni usando il discensore come freno; a sinistra noto alcuni spezzoni di pesantissime scale arrugginite con i pioli di legno fradicio abbandonate durante le prime esplorazioni; due modi completamente diversi di concepire la speleologia mi si presentano contemporaneamente agli occhi creando un vistoso contrasto: a sinistra le scale dei primi esploratori mi fanno pensare con ammirazione alla passione e alla tenacia di chi, con mezzi così pesanti ed ingombranti, scendeva per la prima volta in questi luoghi; a destra la nostra corda di nailon col discensore inserito per il frenaggio dei sacchi!
La discesa del Pozzo del Portello è decisamente entusiasmante: trenta metri di volata nel vuoto più completo mentre sul fondo il torrente riflette con un allegro scintillio le luci degli amici già arrivati.
Mi tolgo i guantoni e sgancio il discensore bollente dalla corda; finalmente abbiamo trovato il torrente; più indietro la cascata si getta con fragore assordante in un lago verde-azzurro; da questo il torrente si scava la via tra lucidi ciottoli multicolori e banchi di impalpabile sabbia silicea; dalla massa d’acqua mi rendo conto che è in corso una piena di notevoli proporzioni: in condizioni normali il torrente non dovrebbe essere più che un ruscelletto; ormai è chiaro che domani non si potrà proseguire. Seguiamo il torrente fino al punto in cui scompare tra i massi della Galleria Bassa, risaliamo una bella colata cristallina e in breve siamo al Pozzo da cinque metri; in effetti il pozzo è più profondo ma i primi 5-6 metri si scendono in roccia; più che un pozzo è un salto che dà su una stretta e profonda forra in comunicazione con la Galleria Bassa; dal fondo sale il frastuono sinistro del torrente in piena. Inizio a scendere strisciando sotto un grosso lastrone sospeso sul vuoto; raggiungo il punto di attacco scale dove trovo il solito cordino di manilla; non avendo il martello per tranciarlo lo ignoro; se almeno chi li lascia avesse l’accortezza di tagliarli dopo l’uso, si eviterebbero spiacevoli incidenti; dico questo perché ho saputo già di tre speleologi volati a causa di questi cordini; scendo dopo aver attaccato le scale ad una robusta colonnina. Calando due sacchi contemporaneamente, Gino, che non usa guantoni, si raschia malamente un dito; a destra un passaggio esposto sul pozzo sottostante porta direttamente alla Galleria delle Stalattiti. Ormai il Campo Base è vicino e vado subito avanti seguito da Mino. La Galleria delle Stalattiti è meravigliosa: imponenti formazioni alabastrine si riflettono nelle acque verdastre e tranquille di grandi laghi di stillicidio; si avanza serpeggiando tra alte colonne e grosse stalagmiti; distratti dall’ambiente fiabesco sbagliamo il percorso un paio di volte, finché, seguendo il rumore del ruscello a cui si attinge l’acqua al campo, arriviamo al salone del Campo Base. Ampio, ma col soffitto basso e col fondo sabbioso relativamente asciutto, sembra fatto apposta per consentire comodi bivacchi. Scaricati i tubolari, ci diamo da fare per allestire un campo veramente confortevole; mentre dissemino con entusiasmo candele accese da tutte le parti Gianni trova dei chiodi a pressione già pronti per la sua amaca; noi comuni mortali dormiremo sui materassini sul fondo sabbioso della caverna; Pino, il più sfortunato, dormirà sul canotto rovesciato, dato che non abbiamo portato il suo materassino per risparmiare peso. Alle 22, dopo un lucculliano pasto a base di brodino, tonno, latte condensato, salame e cioccolata (bleah!) ci infiliamo nei sacchi a pelo pregustando con soddisfazione il meritato riposo. Il rumore della cascatella vicina mi tiene sveglio; pensando alle vicende della giornata trascorsa fisso le ombre tremolanti create dalle asperità rocciose alla luce delle poche candele rimaste; ogni tanto Pino si muove nel sacco a pelo facendo risuonare il canotto come un tamburo; tutti dormono già da un pezzo nel silenzio rotto solo dal rumore dell’acqua e dallo scoppiettio smorzato dell’ultima acetilene che si sta spegnendo; all’improvviso sento un lontano boato; l’eco si propaga lungamente cupo e minaccioso; l’aria vibra di un impercettibile fremito; nel sonno, inconsciamente, tutti si agitano assestandosi nei sacchi a pelo; nessuno si sveglia e sebbene con la pelle d’oca li lascio dormire per non allarmarli. Scosso da questa «sgradevole» esperienza, non riuscirò più a dormire tranquillamente per tutta la notte.
Ore 7,30: stanco quasi più della sera precedente per la notte semi-insonne, accendo l’elettrica del casco e vado a prendere l’acqua per le acetilene e per fare un tè; alle 8 sono tutti in piedi; durante la notte nessuno ha sentito niente: solo una volta fuori racconterò del boato notturno e Mino confermerà di averlo sentito; solo che nel dormi-veglia l’aveva scambiato per il rumore del materassino di qualcuno che si muoveva. Dopo la frugale colazione inizia una accesa discussione: Gino vuole a tutti i costi andare nel Ramo Principale fin dove è possibile; io invece propongo di tornare fuori; infatti sappiamo che è in corso una piena di grosse proporzioni a causa dello scioglimento della neve sul Monte Corchia, il che permetterebbe di raggiungere al massimo il Pozzo della Cascata; inoltre Pino e Gianni non sono in forma per scarso allenamento, io per la brutta nottata trascorsa; Mino, molto diplomaticamente, si rimette alle decisioni della maggioranza. Si decide quindi di uscire; prepariamo i tubolari mentre Gino sfoga verbalmente il suo disappunto con un impeto e una foga da far invidia ad un oratore.
Lasciamo una parte dei viveri in bella vista per i prossimi visitatori del Campo; alle 10 ci mettiamo in marcia. Al Pozzo del Portello notiamo che la portata della cascata è aumentata; nei pressi del lago il fragore è assordante; Gianni, che non ha mai usato il metodo Mitchell, è in apprensione vedendomi salire rapidamente e senza fatica (sono proprio giù di forma e con le scale avrei faticato molto di più; mi segue Mino e insieme iniziamo il recupero dei tubolari; con un rapido passamano superiamo il Pozzo 7 mentre al Pozzo delle Lame è necessario lasciare Mino prima e Gino poi, sotto l’orlo per aiutare la risalita dei sacchi che altrimenti si incagliano. Risalgo gli Scivoli: usando il Dressler agganciato alla corda fissa, come una maniglia mobile vado su speditamente e senza difficoltà; quando tutti sono su scendo con Gino a recuperare i due tubolari comuni rimasti al Pozzo delle Lame. Arrivati alla «fonte» del Salone Manaresi sostiamo un po’ per riposare; ripulendo l’acetilene mi rendo conto che i beccucci biforcuti che stiamo usando per la prima volta sono veramente formidabili: dopo 8 ore di perfetto funzionamento, non ho consumato neanche metà carico di carburo! Sono veramente eccezionali! Un frugale spuntino a base di zollette di zucchero con qualche fetta di salamino piccante mi rimette in forze; con rinnovato vigore alle 16,30 ci troviamo tutti alla base del Pozzacchione; anche qui, come al Portello, la corda penzola solitaria; salgono subito Gino e Mino; montato l’argano con due Dressler, iniziano un vigoroso recupero dei sacchi; la corda troppo corta (50 m esatti) non ha reso possibile l’uso della sbarra metallica fissa sul pozzo; inoltre poi, sul fondo, abbiamo dovuto fare una prolunga con un cordino da quattro metri. Per ingannare l’attesa operiamo come una efficientissima équipe altamente specializzata e perfettamente affiatata; con la massima rapidità possibile agganciamo ai sacchi corda e cordino di richiamo e diamo il via chiudendo le ghiere dei moschettoni; Pino e Gianni si alternano come cronometristi misurando i tempi al secondo; col fascio della mia potente elettrica seguo il sacco durante la risalita pronto a disincagliarlo col richiamo; tre sacchi su sette si arrestano sotto una fastidiosissima lama rocciosa: scene di costernazione e rammarico per i pochi secondi persi! Appena il sacco è arrivato si tira la corda col richiamo; è una entusiasmante gara col tempo per guadagnare qualche secondo ad ogni recupero successivo; media ottenuta: sette minuti e dieci secondi per ogni tubolare, manovre di aggancio e di recupero corda comprese; ci sembra veramente un ottimo tempo, merito del perfetto sincronismo operativo tra i due forti recuperatori e l’efficientissima «squadra aggancio»; fieri e pieni di orgoglio per l’ottimo risultato, ci apprestiamo a salire; prima Gianni, seguito da Pino, e poi, ultimo, senza nessuno che mi tenga tesa la corda, io. Il metodo Mitchell è certamente ottimo per risparmiare scale e per faticare di meno; ma se i Dressler vanno un po’ duri e non c’è nessuno a tener tesa la corda, la salita diventa una tortura cinese: lenta e massacrante! Quando arrivo su sono le 18,45; Gino e Mino sono già andati avanti con i sacchi personali e i due comuni. Sistemiamo la corda e il materiale sparso e partiamo al loro inseguimento. Alla traversata con corda fissa sul Canyon, Pino crolla sotto il peso del tubolare con la corda da 50 m bagnata; rapida rotazione di tubolari (Gianni che ha il più leggero, lo passa a Pino, Pino passa il suo a me e io il mio a Gianni) e ripartiamo decisi a non fermarci più; raggiungiamo i due fuggitivi alle prese coi sacchi al pozzo obliquo poco dopo la seconda frana. Rispetto all’andata l’acqua è aumentata moltissimo; ogni salto, ogni pozzetto, è vivacizzato dal suo rivoletto che inzuppa allegramente; siamo ormai fradici e non ci facciamo più caso; si sente odore di esterno e l’aria che è effettivamente più fresca ci stimola e ci fa pregustare con gioia il momento dell’uscita; alle 20,45, lasciati i sacchi alla sala del trivio, andiamo alla fonte per una succulenta bevuta (come se non bastava tutta l’acqua che avevamo già preso!); dopo un veloce passamano di sacchi nel cunicolo d’ingresso, alle 21 anch’io, per ultimo, sono fuori. È buio; il cielo è coperto e un forte vento di tramontana fa vacillare le fiammelle delle acetilene sui caschi; la neve è quasi sciolta del tutto; il ghiaione sotto di noi biancheggia al debole chiarore delle luci tremolanti e multicolori della Versilia. Mi riempio avidamente i polmoni di quell’aria fresca ed agitata gustando con gioia la sensazione di essere all’esterno; la speleologia mi attira anche per questo, per le meravigliose sensazioni che suscita in noi al momento dell’uscita, del rientro nel mondo dove sopra di noi risplende il sole donandoci luce e calore, dove l’aria che fruscia tra i giovani virgulti di primavera è carica dell’odore di muschio, di terra umida e del profumo dei fiori. In effetti ora l’aria non odora proprio di niente; il vento ci spegne le acetilene (le elettriche, guarda caso, si guastano a tre di noi proprio adesso che ci servono) mentre il vento urla lugubremente tra i cavi delle teleferiche congelandoci addosso le tute bagnate. Durante la discesa Pino non fa più telecronache poiché, dice, gli addetti sono in sciopero!
Stanchi ed affamati torniamo a Levigliani felici per l’avventura conclusa e pensando già ad una prossima spedizione in questa meravigliosa grotta.
GIORGIO BRASCHI
Trascrizione dell’articolo di Giorgio Braschi pubblicato in Fogli per Castellana, n. 5, pp. 156-163, Civica Biblioteca di Castellana-Grotte, dicembre 1973. Le tre fotografie in bianco e nero che accompagnavano l’articolo (una traversata in opposizione di un pozzo, il gruppo dei partecipanti — Mino Rossetti, Gianni Campanella, Gino Penta, Giorgio Braschi, Pino Pace — e Mino Rossetti alla strettoia d’ingresso) sono state omesse per la scarsa qualità della scansione in nostro possesso.