Uscita (inverno) all'Abisso di Cul di Bove

05.01.2026

Località: Abisso Cul di Bove — Guardiaregia (Campobasso), Parco Regionale del Matese

Data: 5 gennaio 2026

Partecipanti: Claudio Marchitelli, Francesca Bellino, Marco Gambacorta, Marni Vizzi

Materiale: 1 corda da 35 m (10 mm) e 1 da 100 m (9 mm), 40 moschettoni, 20 placche, 20 anelli

Relazione a cura di Marni Vizzi

Foto a cura di Francesca Bellino, Marco Gambacorta, Claudio Marchitelli

Rilievo dell'Abisso di Cul di Bove (A 140), sezione, Campochiaro (CB), Molise
Rilievo dell'Abisso di Cul di Bove (A 140) — rilievo C.S.R., luglio-ottobre 1989, disegno di Stefano Gambari

L’Abisso Cul di Bove, noto anche come Grotta Tornieri o La Sfonnatora, è un notevole complesso carsico sul Massiccio del Matese, che si sviluppa per circa 3,9 km, raggiungendo 913 metri di profondità. L’ingresso dell’abisso si trova a quota 1.360 m s.l.m.

Avvicinamento

Partiamo dal rifugio di Sella Perrone, gestito dal Gruppo Speleologico del Matese, poco prima delle 13:00. Pioviggina e la temperatura si aggira intorno ai 5-6 °C. L’avvicinamento, lungo una strada sterrata in lieve salita, richiede circa 45 minuti; alla nostra sinistra scorre un piccolo corso d’acqua.

Attraversiamo il bosco e, poco prima di raggiungere la grotta, davanti a noi si apre un ampio pianoro dove il ruscello scompare in un inghiottitoio. Poco più avanti attira la nostra attenzione un piccolo laghetto di acqua limpidissima del diametro di 10-15 metri.

Il gruppo in pausa presso il laghetto durante l'avvicinamento all'Abisso di Cul di Bove

Raggiungiamo l’ingresso dell’abisso: Marco arma il pozzo iniziale, profondo 26 metri, con la corda da 35, dopo aver realizzato un traverso utilizzando come attacco naturale un albero a un paio di metri di distanza, visto che i fix per la partenza sono posizionati direttamente sull’imboccatura del pozzo.

Secondo quanto riferito da Ivan del GSM, la grotta dovrebbe essere armata fino a -300 m; portiamo comunque con noi la corda da 100 m nella speranza di arrivare alla serie di pozzi successivi alla zona dei tre laghi, che non sono armati.

Il pozzo d’ingresso e le strettoie

Giunti al fondo del pozzo di ingresso, scorgiamo sulla parete di fronte a noi 5 esemplari di pipistrelli (ne troveremo altri sporadicamente lungo il percorso). Percorriamo una discesa di detriti che conduce a un secondo pozzo di circa 5 m, superato il quale iniziamo a sentire il rumore fragoroso dell’acqua che scorre sotto di noi, anche se ancora non la vediamo. Da qui inizia una serie di strettoie, tra cui un passaggio particolarmente angusto sotto un intreccio di grossi cavi metallici di contenimento; le pareti sono spigolose e a tratti taglienti.

Passaggio angusto sotto un intreccio di cavi metallici di contenimento

Inizialmente pensiamo di lasciare il tubolare con la corda da 100 m, che potrebbe rivelarsi un peso inutile, ma finiamo per trascinarlo oltre le strettoie, per poi lasciarlo prima della discesa della “sbarra”, un passaggio stretto su corda lungo poco più di 3 m, sotto un getto d’acqua piuttosto contenuto ma sufficiente a bagnarci quasi completamente.

La forra e la risalita

Attraversiamo agevolmente una lunga quanto affascinante forra dalle pareti levigate e scanalate, in comoda contrapposizione per la maggior parte del tempo. L’acqua ha profondità variabile, dalle caviglie a poco più su; di tanto in tanto è necessario camminarci dentro, anche se è sempre meglio evitare di tenere i piedi a mollo troppo a lungo, considerate le basse temperature. Ormai abbiamo rinunciato all’idea di non bagnarci, dato che durante tutto il percorso siamo accompagnati da un costante stillicidio — benedico chi mi ha consigliato l’acquisto del sottotuta in pile, che indosso provvidenzialmente per la prima volta.

Scorcio del torrente sotterraneo lungo la forra

Risaliamo un pozzo di circa 25 metri, superando un frazionamento e due deviatori, per arrivare su una cengia e affrontare un passaggio in libera, attenti al vuoto di profondità variabile sulla nostra destra. La portata del torrente, che scorre una decina di metri sotto di noi, aumenta visibilmente e ci accompagna con un fragore crescente che copre le nostre voci.

Superato un traverso che ci fa girare intorno a un costone di roccia, scendiamo un pozzo di circa 10 m per ritrovarci in un salone molto ampio, alla sommità del Grande Scivolo: una discesa franosa di massi di varie dimensioni molto instabili, che percorriamo lungo il traverso alla nostra sinistra, quasi 50 metri in un tiro unico. Bisogna procedere con estrema cautela per non scaricare pietre su chi ci precede o, più tardi nella fase del ritorno, su chi ci segue — più di una volta ci ritroviamo a gridare “Pietraaaaaa!” e a schivarle, fortunatamente senza conseguenze.

Speleologo in risalita lungo uno dei pozzi dell'Abisso di Cul di Bove

La cascata e la piena improvvisa

Attraverso un pozzo di circa 5 m raggiungiamo il torrente. La corrente scorre veloce sul letto di pietre che dobbiamo attraversare in libera per raggiungere la parete opposta, dove, dopo qualche passo, sulla sinistra troviamo un traverso che conduce a un pozzo profondo poco più di 5 m, nel quale si getta una cascata di portata consistente.

Il primo a tentare è Marco. Scambia uno sguardo con Claudio, che annuisce: si può fare. Lo seguo io. Stare sospesa al traverso, accanto alla cascata che potente cade al mio fianco, è quanto mai emozionante. Raggiungo la corda che scende oltre la cascata e mi calo; seguono Francesca e Claudio.

La cascata che si getta nel pozzo, superata in discesa

Si apre intorno a noi una grande sala, attraversata la quale procediamo fino al pozzo successivo — ma stavolta il flusso dell’acqua che scorre verso il pozzo è molto forte, e valutiamo che attraversarlo sarebbe rischioso. Ci affacciamo e presto è evidente che la discesa su corda è impraticabile: una poderosa cascata si riversa sulla corda, rendendola inaccessibile. Claudio raggiunge in arrampicata il traverso sulla parete sinistra per recuperare la corda, che continua a essere percossa violentemente dall’acqua, e ci fa notare che non è stata una buona idea quella di chi ha armato seguendo il corso dell’acqua, da cui invece avrebbe dovuto tenersi lontano in previsione dei periodi di piena. La parete alla nostra sinistra è tutta scolpita da scallops del diametro di 5-6 cm.

Speleologo in traverso accanto alla cascata, silhouette controluce

Sapevamo che avremmo trovato tanta acqua, visto il periodo, ma non ce ne aspettavamo così in abbondanza. Restiamo un po’ delusi dal non poter raggiungere la zona dei laghi: non resta che tornare indietro. Ormai non c’è parte di noi rimasta asciutta, ma basta non fermarsi per non sentire freddo.

Nel riattraversare il torrente per raggiungere la sponda opposta, ho la percezione che il livello dell’acqua si sia alzato: rocce che all’andata affioravano, e che avevo usato come punto di appoggio nel guado, adesso mi appaiono sommerse. Mentre questo pensiero mi attraversa, Marco mi dice: “La portata sta aumentando, conviene affrettarsi a uscire.” Claudio sostiene sia suggestione, e che spesso accade nelle grotte così attive. Sarà… ma non posso negare che ogni tanto la mente corre alle scene del film che avevo visto neanche una settimana prima, Tredici vite, dedicato alla storia vera del salvataggio nella grotta allagata di Tham Luang, in Thailandia.

Il ritorno

Il gruppo funziona e procede a un buon ritmo. Ci teniamo a vista, ci assicuriamo che l’altro abbia superato il passaggio, ma siamo tutti autonomi nella progressione; a chi chiede “Vuoi una mano?” arriva puntuale la risposta: “No, grazie, ce la faccio.”

Prima delle strettoie ci tocca recuperare il tubolare con la corda da 100 m e i moschettoni che, per quanto siamo stati accorti nel riporlo in un angolo relativamente riparato dallo stillicidio, nel frattempo si è inevitabilmente riempito d’acqua, raddoppiando il suo peso: ce ne accorgiamo quando ci tocca spingerlo e tirarlo nelle strettoie, e per Claudio e Marco portarlo su per i due pozzi successivi.

Ripercorsa tutta la grotta con un passo sostenuto, tiriamo a sorte per stabilire l’ordine di uscita, consapevoli che sarà più fortunato chi resta in grotta rispetto a chi dovrà aspettare all’esterno viste le temperature: accolgo favorevolmente che tocchi a me uscire per ultima e disarmare. Saltello un po’ per scaldarmi mentre gli altri salgono, ma il freddo è sopportabile.

Conclusioni

Usciamo alle 20:30 circa e, senza cambiarci né toglierci l’attrezzatura di dosso, procediamo di gran lena sul sentiero in discesa per riscaldarci, sostenuti dal pensiero dei sei panzerotti che ci aspettano al rifugio e che riscalderemo sul fuoco che Francesca accende rapidamente, facendoci trovare l’ambiente accogliente.

Panzerotti riscaldati sul fuoco al rifugio di Sella Perrone
Panzerotti sul fuoco, al rifugio di Sella Perrone

Davanti a quel fuoco mi farà sorridere Francesca — che pure ne ha fatti di trekking, ferrate e arrampicate “toste” — quando ammette che la grotta è stata emotivamente intensa: “Voi siete pazzi, vedevo Marco che andava, Claudio che annuiva e diceva: sì, si può andare, e Marni che silenziosa seguiva.” Così quello che a neanche due mesi dalla fine del corso poteva apparirle un po’ azzardato, le è sembrato così naturale che lo ha affrontato senza batter ciglio.

Concludo con ciò che di questa grotta mi resterà: la voce dell’acqua che, se a Castel di Lepre qualche mese fa mi aveva affascinata con la sua dolcezza, qui mi è entrata ancora più in profondità con il suo rombo potente e fragoroso, capace di scavare, smuovere, infrangere, modellare, costruire, distruggere, dar vita a mondi sotterranei di straordinaria bellezza.