Uscita alla Grotta dei Vitelli
26.08.2026
Località: Grotta dei Vitelli (CP 253) — Monti Alburni, Comune di Sant’Angelo a Fasanella (SA)
Coordinate: 40°30'02"N 15°21'38"E
Data: luglio, anno imprecisato
Orario ingresso: domenica ore 12:00 — Orario uscita: lunedì ore 02:30 (durata complessiva 13 ore)
Profondità massima raggiunta: -330 metri circa (dei -385 metri del fondo)
Partecipanti: Claudio Marchitelli, Marni Vizzi, Francesca “Kite” Bellino
Relazione e foto a cura di Francesca “Kite” Bellino

Prefazione
A seguito delle numerose uscite tenute in questa grotta negli annuali corsi di speleologia di primo livello del nostro gruppo, arriva tra le tante altre proposte del veterano Claudio Marchitelli quella di tentare il fondo dei Vitelli, lui che in sede di corso è sempre dovuto tornare indietro dopo aver toccato il fondo del pozzo Carmen (P43). Proposta ben accolta dalla temeraria ed impavida Marni e dalla sottoscritta, una giovane (speleologicamente parlando) leva audace con tanta voglia di esplorare. Spinti dalla fortuna di attraversare la grotta già completamente armata, di buon’ora (mezzogiorno di domenica mattina) inizia il nostro viaggio nel buio.

Avvicinamento
Circa 25 minuti per 1,30 km, con +53 m e -31 m di dislivello. Lasciata l’auto in un’area a bordo strada, ci si avvia su un largo sentiero sterrato nella valle del Sicchitiello, agibile anche con auto 4x4, per poi abbandonarlo e deviare verso sinistra nei pressi di un pozzo/cisterna, dove si inizia a entrare nel vivo del bosco.
Noi ci siamo ritrovati ad arrampicare tra i rami sotto il sole cocente, poiché la grotta (strano a dirsi) è collocata al centro di una montagnetta rocciosa a +1149 m s.l.m. Siamo certi che ci sia una via più agevole di questa che abbiamo tentato, più lunga ma meno infrattata; trovarla è un po’ a tentativi, noi abbiamo proseguito ad azimut con le coordinate sopra menzionate.
Ci attende, nei pressi dell’ingresso, una carogna di maremmano poco fresca ma tanto, tanto puzzolente.
Descrizione
Questa grotta è utilizzata da diversi gruppi del meridione come una buona palestra per i corsi di primo livello. Aiuta a prendere confidenza con i meandri, i piccoli pozzi, i salti in libera (che sembrano insormontabili per chi non ha abbastanza confidenza coi movimenti o tecnica) e il pozzo Carmen, da 43 metri diviso in tre frazionamenti, capolinea della maggior parte delle uscite da corso.

È stato interessante affrontarlo in veci di corsista e toccare “terra” restando sospesa su un masso enorme bloccato lì, immobile: il Trivio, perfettamente incastrato, ben segnato sul rilievo. Risalirlo è stata anche una bella sfida di resistenza, anche mentale, sapendo che ancor più giù c’è il Moana — ben più profondo e complesso, e che scoprirò mesi dopo essere tutt’altra storia.
Progressione e morfologia
L’avanzare verso il fondo è andato un po’ a rilento: abbiamo impiegato circa 6 ore per scendere e 7 per risalire. Nonostante conoscessimo la parte iniziale, affrontandola quasi correndo, dall’imbocco Moana in poi abbiamo spesso avuto la necessità di confrontarci con il rilievo — ci sono diverse zone poco intuitive, soprattutto all’ingresso e all’uscita dei meandri.
Ma non solo per trovare la via abbiamo perso tempo: questa grotta, dopo il Moana, acquisisce un fascino davvero inaspettato, che ci ha lasciati tutti sconvolti. Se nella parte iniziale la grotta si presenta con una pietra grigia, liscia e pulita, con un po’ di stillicidio al pozzo Carmen, subito dopo inizia a essere più bagnata, con pozzi dove si passa accanto anche a cascate di poca portata — insomma, cambia aspetto del tutto.

Scendendo i pozzi Moana, circa a metà, si presenta una colata di calcite alta circa 10 metri, e da qui iniziamo a stupirci e a ricrederci su questa grotta. Iniziano a comparire le prime pozze; c’è una risalita poco intuitiva che, grazie all’armo presente, siamo riusciti a individuare subito, e che porta in una stanza piccola con le prime concrezioni nel ramo fossile e un passaggio stretto che ci conduce verso un meandro, terminante in una stanza molto grande seguita da una serie di pozzi tra cui il pozzo Paura, che di pauroso ha ben poco se non la bellezza dell’acqua che scorre accanto. Qui siamo circa a metà progressione.

C’è un tratto con delle rocce da crollo da superare, che termina con l’inizio di una lunga strettoia in curva con 5 cm di acqua fresca: qui abbiamo perso parecchio tempo nel decidere se proseguire e bagnarci o tornare indietro. Dopo l’ultimatum di Claudio affronto per prima la strettoia, e mi fermo al primo punto “comodo” per valutare quanto estrema fosse la cosa dopo. L’acqua a terra raddoppia d’altezza e, ormai bagnata, proseguo dando un senso a questo mio sacrificio.

A seguito di questa strettoia angusta ci attende un meandro largo, lineare, ma con più di 50 cm di acqua e fango che ci obbliga a bagnarci anche fino alla vita: acqua che d’ora in poi ci accompagnerà fino al capolinea. Ci sono dei saltini in libera, dei traversi che portano verso altri pozzi con armo speditivo.
Purtroppo non siamo riusciti a toccare il fondo perché, proprio all’ultimo pozzo, dopo aver fatto 20 cm col discensore, noto la calza della corda ridotta molto male, ispirandomi poca fiducia; risalgo quindi per valutarne le condizioni e, all’unanimità e terribilmente amareggiati, constatiamo che non è possibile proseguire su quella corda, dove la potenza dell’acqua nel tempo ha scolpito netti e diversi sfregi. Sicuramente era una corda messa lì molto tempo prima: l’abbiamo disarmata e messa da parte. Non avendo una corda con noi, essendoci fidati delle informazioni ricevute preventivamente, iniziamo la risalita.
Io e Marni ammettiamo di essere stanche, ma recuperiamo le ultime energie con qualche sorso d’acqua e un po’ di cibo, sapendo che ogni passo avanti ci avvicina all’uscita. Riaffrontiamo la strettoia, dove gli attrezzi e i sacchi continuano a incastrarsi, ma ciò che temo di più è la combinazione risalita pozzi/stanchezza. Quando pensi di averli terminati, spunta una nuova corda che sale — assurdo.
Siamo fuori alle 2:30 di lunedì mattina; ci cambiamo tutto ciò che di bagnato abbiamo addosso e, una volta tornati in auto, decidiamo di cenare con gli avanzi della sera prima e riposare in tenda qualche oretta prima di ritornare alla vita di tutti i giorni.
Consigli
Probabilmente affrontare questa grotta in muta, a mio parere, potrebbe essere eccessivo, ma i calzari fanno davvero la differenza e li reputo strettamente necessari dalla strettoia angusta in poi. In tre ci siamo davvero trovati bene come numero, e abbiamo sofferto moderatamente il freddo riuscendo a sincronizzarci bene senza doverci fermare troppo, aspettando il libera in risalita al fondo dei pozzi. Personalmente eviterei di affrontare l’intera progressione in un gruppo maggiore di 5 persone.
Consiglio di portare un cambio completo, anche in uno zaino che si può comodamente lasciare all’asciutto e in sicurezza subito dopo il primo pozzetto iniziale.
Cibo: per progressioni così lunghe porterei qualcosa in più oltre la solita frutta secca, che non basta a ricoprire le calorie spese.