«La Forbice» n. 6: Da una grotta a una considerazione: Bifurto

A cura del G.P.G. (firmato «Massimo e Pino»: Massimo Tarantini e Pino Pace), in «La Forbice», periodico edito a cura dell’Associazione Pro Loco di Castellana-Grotte, n. 6, anno III, n. 2, p. 16

Il numero non porta una data in copertina. L’articolo, firmato solo con i nomi di battesimo, è di Massimo Tarantini e Pino Pace (il «Pino» che nel testo dimentica spit e carburo è lo stesso Pace). L’articolo racconta una discesa al Bifurto, l’abisso del Pollino calabrese già oggetto della ricognizione di Gianni Campanella su «La Forbice» n. 1; è un testo più riflessivo che tecnico, dove la grotta è l’occasione per una considerazione sul senso dell’andare in grotta. La fotografia dell’articolo, tratta da Fogli per Castellana n. 5, non è riprodotta.

Copertina de «La Forbice», n. 6, anno III n. 2: Masseria di Torre Due Pani

Da una grotta a una considerazione: Bifurto

(a cura del G.P.G.)

Di ogni uscita, dopo, nel tempo, ti restano solo alcune immagini intense, non apparentemente legate da un filo logico. Queste sono il frutto di sensazioni - esperienze che ti legheranno a compagni per molto tempo, indipendentemente dal giudizio sul valore che gli altri etichetteranno alla spedizione. Non è fatto il fondo, si poteva fare più del poco fatto, per fare tanto si poteva restare a casa e così via, costituiscono le masturbazioni dei puri che fanno ancora la speleologia coloniale.

Sradicarsi dal contesto sociale, estraniarsi dai rapporti con la gente che si incontra per farne solo una curiosa conoscenza, insomma vivere un’esperienza in funzione solo di un numero relativo è veramente mortificante.

Perciò se scendere il più possibile in fondo al Bifurto doveva essere un banco di prova, il risultato conseguito dovrebbe rimandarci a nuovi esami, quando una preparazione più accorta ci dovrebbe far gioire della meta raggiunta.

Noi quindi abbiamo fallito, secondo la morale competitiva corrente.

E noi allo stesso tempo, come tutti i figli ingrati, ci ribelliamo a questa logica, e mandiamo a gambe all’aria la morale, i profeti, i maestri e tutti i ritardati che si negano le proprie capacità di godersi una mezza grotta, un prato, una bottiglia di vino, un fuoco di braci.

Rigovernare l’acetilene per andare a far legna alle due di notte, solo perché si ha voglia di stare intorno al fuoco, dove ultime patate alla brace, due continueranno ad imparare le pomodori mezzi maturi e un vecchio nastro di Neil Joung, non è cosa da tutti i giorni.

Lo stesso fuoco che rievocherà i racconti e le valutazioni sulla grotta fino al punto raggiunto. I primi 40 metri così scomposti: vuoto, terrazzino, vuoto, scivolo parete, vuoto e poi l’odor di morte della capra e il rumore dei necrofori.

«Gran Moccolo che puzza».

Incredibile come cose così piccole diventano pregiudiziali e ti fanno incazzare a morte solo se un sacco si incastra nel meandro dopo o se un piede pesca in una vasca.

O forse il pregiudizio era anche prima, in una piega della tuta ad aspettare la giustificazione per metterti con le spalle al muro?

E poi ti ritrovi in compagnia di una frontiera da immaginare se sarà il chiodo piemontese, lo spit rosso, l’attrezzo o la corda che ti manderanno al bagno sui 30 metri di vuoto del secondo pozzo. Scendi ancora e bestemmi di rito tutte le volte che i sacchi enormi, bastardi si incastrano sul 25.

Giri la piccola quinta e sbatti il muso sulla prima barriera: il 77. Scendi giù e lo scopri facile per le tre comode cengie. Il difficile invece diventa l’Io che proporzionalmente alla profondità diventa silenzioso.

Scendendo in giù abbiamo fatto un pò di casino, Pino ha dimenticato su la convinzione insieme agli spit, al carburo, al mangiare. Imparerà la prossima volta ed insieme ai prati che sogna fuori, scopre il giardino fantastico di un fiorellino più alto di un dito, esile e bianco, somigliante a una campanula che costituirà il rimprovero alla mancanza della macchina fotografica. Ci aspetterà ancora ad agosto o ci crederanno visionari?

E’ ora di partire, una settimana è passata troppo in fretta quando la si racconta un mese dopo. Ti restano quelle immagini intense di una bottiglia di vino e di una salsiccia piccante all’ombra di una quercia, di un agnello arrosto sugli spiedini di legno, del canto degli uccelli prima dell’alba, dell’innumervoli stelle in un cielo calabro, della cortesia di Arnaldo e della gentilezza di tutti, e vai via portando molto più di quanto credi di aver lasciato a tutti.

Immediatamente ti resta il ricordo del Conte Oliver, al di fuori della retorica finale, immaginandolo a frustrare per un anno intero i sogni di libertà in una caserma e speri infine, che quella non sia la sua prima grotta e il suo ultimo fuoco acceso con tanta cura per chi doveva ancora venire fuori.

In sette giorni c’è stato un buco, mancava qualcuno, questo sì che ti fa incazzare. Poi passa e ricominci a sognare la prossima e speri che sia più bello e ci sia più gente perché si possa giocare di più cercando finalmente di scoprire se stessi, fuori dai profitti, fuori dall’alienazione, fuori dalla violenza.

Massimo e Pino (Massimo Tarantini? e Pino Palmisano)