Puglia Grotte: numero unico, marzo 1991
A cura del Gruppo Puglia Grotte, Castellana Grotte, marzo 1991 — edizione fuori commercio
Numero unico a larga tiratura, di quattro pagine, ideato per far conoscere il Gruppo anche fuori dalla cerchia degli speleologi (se ne parla anche nel numero unico per i vent’anni del Gruppo). Direttore: Simone Pinto. Redattori: Pino Pace, Giuseppe Savino, Michele Tricase.
Sono qui riportati i testi. Le fotografie in bianco e nero (il fondo della Grave nel 1938, l’inaugurazione della mostra fotografica, l’interno della Grave di Campolato) e la pubblicità dell’ultima pagina non sono state riprodotte. Il testo è dato come stampato, comprese le imprecisioni dell’epoca (nelle due pubblicazioni del 1991, ad esempio, la data di fondazione del Gruppo è indicata una volta come 6 e una come 16 novembre 1971).

Il punto
Il punto, si sa, è in grammatica, il segno che si impiega là dove si conclude una frase, un discorso.
Per noi invece «Il Punto» vuole essere uno spazio dove iniziare un discorso sulla speleologia; d’altronde se volessimo analizzarne il termine, scopriremmo che esso deriva dal greco Spelaion = Grotta e Logos = Discorso. Speleologia è quindi discorrere di grotte e così noi la intendiamo, comprensione più che mera attività scientifica.
La speleologia del resto, vecchia di oltre un secolo, si dice, fosse praticata per prima da un francese, Alfred Martel, che, sul finire del secolo scorso, se ne andava per grotte e abissi con una candela infilata nel cappello, spinto dalla curiosità nei confronti di un mondo allora del tutto sconosciuto.
La stessa curiosità che Leonardo da Vinci così bene ci ha descritto: «tirato dalla mia bramosa voglia, vago di vedere la gran copia delle varie e strane forme fatte dalla artifiziosa natura, raggiratomi alquanto infra gli ombrosi scogli, pervenni all’entrata di una caverna; dinanzi alla quale, restato alquanto stupefatto ed ignorante di tal cosa, piegato le mie reni in arco e ferma la stanca mano sopra il ginocchio, e colla destra mi feci tenebre alle abbassate ciglia; e spesso piegandomi in qua e là per vedere se dentro discernessi alcuna cosa; e questo vietandomi per la grande oscurità che là dentro era. E stato alquanto, subito salse in me due cose: paura e desiderio: paura per la minacciante e scura spelonca, desiderio per vedere se là dentro discernessi alcuna miracolosa cosa».
Desiderio di conoscere, quindi, quella che gli speleologi, in un mondo ormai svelato e computerizzato, definiscono l’ultima frontiera inesplorata del pianeta.
Da sempre in bilico tra scienza e sport, la speleologia è perciò un’attività scientifica e sportiva praticata da persone mosse da viva curiosità.
E veniamo a noi, al Gruppo Puglia Grotte.
Siamo, è ovvio, un gruppo speleologico, che si occupa di grotte e che opera a Castellana-Grotte, in quella che possiamo definire la patria nazionale della speleologia.
Siamo nati il 6 novembre del 1971 e quindi abbiamo da poco raggiunto la maggiore età.
In ossequio a questa maturità ormai conseguita, abbiamo pensato bene di uscire dagli angusti confini della nostra cerchia specialistica, e questo per alcuni validi motivi.
Speleologia quale scuola di vita.
Speleologia quale crescita ecologica.
Speleologia quale interesse economico.
Nel corso dei suoi 19 anni di attività il G.P.G. ha organizzato ben 12 corsi di speleologia che hanno visto oltre cento giovani avvicinarsi in questi anni dalla speleologia e imparare a convivere democraticamente all’interno di un gruppo, autogestendosi.
Giovani che hanno altresì imparato a comprendere la stretta correlazione esistente tra l’ambiente di superficie e quello sotterraneo, perché è ovvio che quanto si «semina» in superficie si ritrova poi nel sottosuolo; e si inquiniamo indiscriminatamente a monte, non potremo poi sperare di attingere chiare e fresche acque, a valle. E questo in un momento in cui l’acqua, pulita, è divenuta un importantissimo elemento della nostra sopravvivenza, e che ha acquistato sempre più anche una notevole importanza economica.
L’economia legata alle grotte non è solo quella dell’acqua, ma anche quella derivante dall’utilizzo turistico delle grotte, prima tra tutte le famose Grotte di Castellana.
Grotte di un delicato e fragile equilibrio che dobbiamo assolutamente preservare, anche perché esse costituiscono un bene inestimabile, e si sa, se viene meno «il bene» anche il ritorno economico si volatizza.
Da tutto ciò il nostro impegno: lavorare sempre più; e non solo nel nostro ambiente, ma anche, anzi di più, all’esterno, facendoci portavoci di un mondo fantastico, ma fragile, che ha bisogno di essere inteso, perché tutti si sentano coinvolti nella salvaguardia del «pianeta grotte».
Gruppo Puglia Grotte — Il Presidente Pino Pace
Grotte di Castellana. Alla ricerca di nuove cavità
di Simone Pinto
Dalla prima discesa nella Grave, effettuata nel XVIII secolo da giovani castellanesi, alla leggendaria impresa di Anelli e Matarrese nel 1938. Dalle esplorazioni compiute da Orofino e dal Gruppo Puglia Grotte nelle diramazioni laterali (1964-1989), ai sorprendenti risultati delle più moderne ricerche geofisiche effettuate (1956 e seguenti).
Un contributo per la conoscenza del patrimonio sotterraneo ancora inesplorato delle Grotte di Castellana.
La storia delle esplorazioni speleologiche nella più imponente cavità carsica castellanese ha avuto inizio sin dal lontano 1700.
Così infatti ci tramanda il Dizionario Corografico - Universale dell’Italia, vol. IV - Milano 1852 - pag. 238: «… poco più di un miglio all’occidente di Castellana evvi una curiosità naturale, cioè una voragine detta dal volgo La Grave; la bocca di questa ha la circonferenza di circa palmi 180 e la profondità è di circa palmi 300. Nello scorso secolo alcuni intrepidi cittadini di Castellana vi discesero di buon mattino facendo uso di gomene e di funi, e percorsero più miglia di buie sotterranee contrade, e non ne uscirono che verso le ore 24 in guisa che i congiunti e gli amici palpitarono per tanto attendere…».
Tale notizia venne poi confermata, e con più dovizia di particolari, nel 1877, da Cenni Monografici della Provincia di Bari di Pietro Mossa: «… Si racconta dai vecchi del comune che verso la fine del secolo scorso una compagnia di Castellana, mediante apposito congegno, discese nella grotta munita di piacevoli tamburi e di altri mezzi di precauzione.
Ci stette dalle prime ore del mattino sino a sera inoltrata. Uscendo dissero che arrivati al fondo della Grave per mezzo di congegni costruiti si introdussero in una cavità lunghissima. Giunti a un punto sentivano al disopra di essi il battere delle incudini dei fabbri ferrai, dalla qual cosa argomentarono di trovarsi sotto l’abitato di Castellana e che non potettero proseguire il cammino sotterraneo perché a quel punto si apriva quasi perpendicolarmente un’altra cavità profondissima di impossibile accesso…».
Ed ancora, da Brevi cenni sulla Grotta di Castellana in quel di Bari, prof. Luigi Dell’Erba - Napoli 1881 - pag. 13, si riscontra: «… Questi cunicoli si estendono senza dubbio per molta lunghezza, siccome ne abbiamo un esempio nella Grave, dove un tempo una brigata discesa camminò in uno di essi per molte ore…».
Infine, dall’Annuario Storico-Statistico-Commerciale di Bari e Provincia di Mele Domenico - 1883 - Petruzzelli Bari: «… A circa due chilometri ad occidente (dall’abitato di Castellana - n.d.s.), vi è una spaventevole voragine, il cui fondo di pittoreschi stalagmiti vuolsi si spazi nello interno per qualche chilometro verso l’oriente fra svariati panneggiamenti di stalattiti…».
Circa gli autori di questa impresa che, per quei tempi, aveva del sensazionale un appunto ci viene lasciato da Nicola Longo in Cenni biografici di D. Vincenzo Longo Androsio - Napoli - 1854 - pag. 12: «… Nella mia giovinezza mi si parlava di una relazione elaboratissima da lui (Don Vincenzo Longo n.d.s.) scritta su di una immensa voragine che si trova nelle campagne del nostro paese, da quegli abitanti chiamata Grave, la cui profondità, spaziandosi in interminabili caverne, si perde nelle viscere della terra, e che ei, comechè inaccessibile quella si fosse, con ingegni e macchine era disceso a visitare…».
La relazione tecnica e descrittiva di tale importantissima esplorazione, nonostante accurate ed appassionate ricerche, non è stata purtroppo ritrovata, però chiara ed inconfutabile ci appare la notizia della prima esplorazione nella Grave.
Il Prof. Franco Anelli nella sua Guida Castellana - 10a ediz. 1978 - Comune di Castellana confermò tale notizia con parole di perplessità circa l’attendibilità del racconto, affermando che: «… Le grotte non si dirigono sotto l’abitato cittadino; l’estremità esplorata, la Grotta Bianca ne è scostata di circa 2 km verso Mezzogiorno… È da credere che molto presto si fermarono i giovani castellanesi nella loro esplorazione del XVIII secolo, non si inoltrarono al di là della Grotta Nera: oltre questo primo basso corridoio naturale annerito dalle spoglie d’una flora fungina, il suolo delle vaste caverne era mirabilmente intatto quando vi giunsi il 23 gennaio del 1938: non una scalfittura sulla coltre stalagmitica bruna ricoprente i massi caduti dalla volta e dalle pareti; nessuna traccia del passaggio di persone riconobbi nella mia prima esplorazione! Due secoli non sarebbero bastati a rimarginare le inevitabili lacerazioni…».
Ma se è vero, come lo stesso Anelli afferma, che il percorso principale della grotta si sviluppa lungo l’asse longitudinale NW-SE per circa 1,6 km, è vero anche che di pari estensione sono le diramazioni laterali conosciute. E, il considerare l’attuale percorso come l’asse prevalente di sviluppo della cavità non può escludere la esistenza di un asse trasversale caratterizzato da ambienti di forma e dimensioni simili a quelli contenuti nel percorso principale.
Questa ipotesi potrebbe essere scientificamente sostenibile in quanto il fenomeno di formazione della grotta di Castellana appare di tipo freatico, caratterizzato cioè da uno sviluppo a reticoli, più o meno ortogonali, con la possibilità di percorsi speleologici alternativi, anche di una certa consistenza.
Si spiegherebbe così la direzione (verso l’abitato di Castellana - verso l’oriente), l’estensione (per qualche chilometro - più miglia di buie sotterranee contrade) e la lunga durata della esplorazione (vi discesero di buon mattino e non ne uscirono che verso le ore 24 - per molte ore - dalle prime ore del mattino sino a sera inoltrata) effettuata nel XVIII secolo dai giovani castellanesi i quali, guidati da un uomo di studi (D. Vincenzo Longo) e all’uopo adeguatamente organizzati (mediante apposito congegno - attraverso congegni costruiti - ingegni e macchine usati per l’occasione) sembrava non si fossero cimentati in quella impresa senza prima averne comprese e valutate le reali difficoltà.
L’itinerario seguito da quei giovani di Castellana non dovrebbe quindi essere considerato come quello seguito da Anelli e Matarrese nel 1938. Questi ultimi, infatti, dopo aver attraversato la Grotta Nera, il Cavernone dei Monumenti ed il Corridoio del Serpente, e percorsi circa 300 metri, si fermarono di fronte ad una voragine che rese difficile il proseguimento del loro cammino.
Dopo poche ore (circa quattro) di permanenza in grotta essi ritornarono all’esterno e constatarono come il suolo del ramo appena esplorato fosse intatto ed esente da tracce di passaggi precedenti.
Cosa avrebbero dunque mai fatto in tutte quelle ore (circa sedici!) i giovani castellanesi se non si inoltrarono al di là della Grotta Nera?
Non potendo quindi che ritenere valida sia la notizia e i contenuti della esplorazione del XVIII sec. che le tesi all’uopo sostenute da Anelli perché quindi non supporre l’esistenza di una seconda diramazione il cui ingresso, ora impraticabile, dalla Grave, ed in direzione Est, raggiunge l’abitato di Castellana?
È noto che Anelli ha individuato solo nel passaggio attuale (Grotta Nera) l’unica prosecuzione possibile della Grotta, però è anche vero che, dalla esplorazione della Grave, compiuta dai giovani castellanesi, più di due secoli, sono trascorsi fino alla più nota scoperta del 1938.
L’indiscriminato scarico, in quella voragine, di pietrame e rifiuti di ogni genere, operato in un così ampio lasso di tempo, può avere senz’altro occluso un passaggio prima praticabile.
Potrebbe così trovare spiegazione anche il fenomeno dell’enorme quantità d’acqua che, nelle eccezionali giornate di pioggia, dalla dolina circostante scorre minacciosa nel tunnel artificiale di ingresso alle grotte e che in pochi minuti scompare misteriosamente sul lato est del perimetro di base della Grave, nei pressi della scalinata che immette nella voragine.
Ma, laddove non ci aiutino la storia e le più moderne teorie di formazione dei sistemi carsici può assisterci la geofisica. Gli studiosi A. De Feo e F. Mosetti con la pubblicazione, nel settembre 1956 della Prospezione Geoelettrica delle Grotte di Castellana - Estr. da Rassegna Speleologica Italiana, VIII - 3-4 - Como, individuarono la presenza di grandi vuoti nella Grave, in direzione est, nel Ramo del Piccolo Paradiso, nella Grotta Bianca, sempre verso est, ma, soprattutto, nella parte terminale della Grotta ove si svilupperebbero due percorsi ben distinti, entrambi paralleli al Corridoio del Deserto, posti rispettivamente a 150 e 250 metri di distanza da esso e di estensione superiore ai 400 metri.
La Geofisica, sia che essa si riferisca al metodo geoelettrico, gravimetrico o sismico, ha per scopo l’analisi della natura dei terreni indagati. Misurare la resistività del terreno, del calcare o dei vuoti, unitamente alla conoscenza di altri elementi (geologici-topografici etc.), consente di confermare, o meno, la presenza di cavità o depressioni in corrispondenza delle anomalie riscontrate.
Come si vede, la possibilità di conoscere in anticipo, grazie ai più moderni test di applicazioni di geofisica, lo sviluppo e l’indicativa estensione delle cavità sotterranee ci consente di affermare che, anche per le Grotte di Castellana, la ricerca non può più essere legata al caso o ai frutti di una fortunata campagna speleologica, bensì al risultato di una più coordinata indagine storica, scientifica ed esplorativa.
Mostra fotografica: «L’altra faccia delle Grotte di Castellana»
Estate, tempo di vacanze; alle grotte di Castellana si respira aria di turismo. I diversi operatori, dopo il forzato letargo invernale, si preparano a sopportare lunghi turni di lavoro; specialmente in agosto che resta, come 10 e 20 anni fa, quel periodo che porta la gran massa di visitatori alle grotte.
Anche se il tempo passa, le proposte, le iniziative, l’organizzazione restano un po’ sempre le stesse. Nulla di particolarmente nuovo nell’aria.
Il turista, se arriva, fatica non poco per trovare un parcheggio, corre verso la biglietteria e si prepara ad una lunga ed estenuante coda per entrare in possesso del biglietto che lo porterà alla Grotta Bianca, oppure che lo condurrà purtroppo, a visitare solamente la prima parte delle grotte, lungo l’itinerario breve. Succede spesso che il turista poco informato, dopo aver percorso tanti km in auto, dia un’occhiata al suo portafoglio, tempestato dai mille improvvisi aumenti estivi e decida quindi di vedere la Grotta Bianca, solamente in cartolina, preferendole appunto la visita breve, che esclude il raggiungimento della bellissima ed unica parte finale. Al di là di queste considerazioni che portano ancora una volta a dover polemizzare su come si continua ad organizzare il turismo locale, ma soprattutto su come si continua ad accogliere il turista in arrivo, una novità, unica nel suo genere alle Grotte di Castellana quest’anno c’era.
La cooperativa Puglia Grotte, i cui componenti sono speleologi che fan parte del locale omonimo Gruppo, hanno messo su un’iniziativa davvero lodevole. A partire dal mese di luglio, infatti hanno aperto, in un locale ubicato presso il piazzale principale, un’interessante mostra fotografica dal titolo: «L’altra faccia delle grotte di Castellana».
La mostra ha consentito ai numerosi visitatori di ammirare angoli fiabeschi delle Grotte di Castellana non accessibili al pubblico. Sono state esposte 22 esclusive gigantografie, dove le bellezze più significative sono state catturate a colpi di clic e a lampi di flash.
Stalattiti e stalagmiti, ma specialmente cristalli, eccentriche e perle di grotta hanno non poco stupito, coloro i quali hanno varcato la soglia d’ingresso.
I turisti hanno poi goduto di un’approfondita conversazione sul fenomeno carsico, sull’accrescimento delle diverse concrezioni e sull’attività speleologica che il gruppo svolge e che ha in mente di svolgere.
In altri termini, molti visitatori hanno potuto arricchire la loro visita alle grotte, portando via anche alcuni opuscoli, riguardanti in particolare la salvaguardia delle aree carsiche, nonché una bella cartolina.
Non c’è che dire!
Le possibilità reali di offrire qualcosa di nuovo e di diverso c’è. È tempo di creare delle alternative valide e nuove, da poter affiancare alle pur sempre interessanti visite alle grotte.
In alcuni casi, bisogna sfruttare anche la capacità organizzativa e creativa di gruppi presenti, per superare meglio le stagnanti situazioni che vogliono, ancora oggi, anno 1990, un turismo di passaggio, un turismo che alla cittadinanza dà poco, rispetto all’afflusso di massa che comunque si continua a registrare.
Questa mostra fotografica ha espresso un chiaro dato di fatto: il turista è esigente. Tocca a noi, non vanificare il tutto in lungaggini, di varia natura, che ci hanno visto finora solo più adulti, ma forse più consapevoli e maturi.
Michele Tricase
Speleo flash
Si è svolto in Udine dal 6 al 9 settembre il XVI Congresso Nazionale di Speleologia. Vi hanno partecipato i soci Campanella, Pinto e Savino presentando un lavoro dal titolo: «Indagine microclimatica nelle Grotte di Castellana con ANADATA MICROCLIMA della L.S.I.».
Il 26 settembre 1991 si svolgerà in Castellana la Sessione Scientifica della Conferenza dell’Unione Geografica Internazionale dal tema: «Enviromental change in karst area».
È prossima l’uscita del n. 4 di ITINERARI SPELEOLOGICI, rivista ufficiale della Federazione Speleologica Pugliese. Gli articoli che riguardano Castellana sono: «Il Gruppo Puglia Grotte verso i 20 anni» di Pino Pace e «Le vicende storiche di Piazza Porta Grande» di Franco Orofino.
È in programma uno scambio culturale e di amicizia tra il Gruppo Puglia Grotte di Castellana (Italia) e il Gruppo Speleologico di Postumia (Jugoslavia) nei mesi di marzo ed aprile del 1991.
I soci Simone Pinto e Gianni Campanella sono stati rispettivamente eletti, per il triennio 1991-1993, nel Consiglio di Amministrazione e nel Collegio dei Sindaci Revisori della Società Speleologica Italiana.
Sono ancora disponibili, presso il Gruppo Puglia Grotte, gli Atti del XV Congresso Nazionale di Speleologia svoltosi in Castellana nel 1987. 1092 pagine, numerosissime tavole ed illustrazioni a L. 45.000.
Si è svolto, dal 2 Ottobre al 22 Novembre, il 12° Corso di Speleologia organizzato dal Gruppo Puglia Grotte; al corso hanno partecipato 28 allievi che, con lezioni teoriche e uscite in grotta, hanno conseguito le necessarie conoscenze della speleologia, atte a introdurli nel nuovo affascinante mondo delle grotte.
È stato stampato, a cura della Società Speleologica Italiana e del Club Alpino Italiano, un «Vademecum dell’etica speleologica». La pubblicazione, distribuita presso tutti i gruppi grotte, fornisce alcune regole di corretto comportamento speleologico indirizzato a tutti i nuovi frequentatori delle grotte.
Promosso dal Gruppo Puglia Grotte, prenderà il via ad Aprile 1991, a Castellana Grotte, un’iniziativa della sezione: «Puglia Grotte Treck»: «TREKKING DI PRIMAVERA». Il corso, articolato in 6 lezioni teoriche: introduzione all’escursionismo; equipaggiamento; orientamento; attrezzatura; ambiente e paesaggio; tecnica di sopravvivenza; e in altrettante escursioni nella Murgia e nell’Appennino Meridionale.
Grave di Campolato. Riflessioni
di Giuseppe Savino
Confesso che l’idea di scrivere questa nota mi è venuta durante la discesa di una grotta che, con i suoi 303 m. di profondità, è la più profonda della Puglia: la «Grave Campolato»; una splendida cavità situata nel territorio di S. Marco in Lamis, sul Gargano, caratterizzata da molteplici meandri, innumerevoli salti e da un affascinante pozzo iniziale profondo ben 96 m.
Il motivo principale che mi ha indotto a scrivere queste poche parole è quello di rendere partecipi tutti coloro che ti ripetono il solito «chi te lo fa fare» delle emozioni che si provano oltrepassando un meandro, discendendo un pozzo o soltanto sostando al di sotto di un salto attendendo che il compagno ti dia il fatidico «libera!».
Ad essere sincero la domanda «chi te lo fa fare» mi perseguita sovente: ci pensavo proprio in grotta durante una breve sosta quando, seduto su una piccola cengia aspettando che gli altri compagni scendessero, cominciai ad avvertire un leggero freddolio; la mente mi riportò subito ad un articolo di un illustre rappresentante della speleologia italiana, Carlo Balbiano, che analizzava, in maniera ironica, quali potessero essere i motivi che spingono esseri strutturalmente portati per la vita all’aperto ad infilarsi in ambienti bui, umidi e poco agevoli.
Ebbene mentre pensavo a quell’articolo una goccia mi cadde dal soffitto sulla guancia…. in quell’attimo provai una grande sensazione di libertà, di particolare unione con quell’ambiente tanto lontano dai soliti luoghi che noi uomini frequentiamo, e la prova di tutto ciò fu il desiderio, per alcuni ingiustificato, di rimanere nella stessa posizione, incurante della goccia che dopo qualche istante avrebbe nuovamente colpito il mio viso.
A quel punto le mie attenzioni furono dirottate su altro poichè riprendemmo la discesa. La grotta si manifestava sempre più impegnativa dandomi comunque il tempo e la possibilità di gustare e ammirare i suoi angoli segnati dall’irruenza dell’acqua e che per centinaia di anni è stata, e per il futuro sicuramente lo sarà, la padrona assoluta di quegli ambienti. Altri momenti coinvolgenti furono quelli datimi dai vari meandri incontrati, che, per loro conformazione, possono essere stretti appena un metro e profondi svariate decine, e nonostante fosse particolarmente disagevole sostare a gambe divaricate su di essi era per me molto difficile abbandonare lo spettacolo che le nostre lampade creavano rispecchiandosi sulle acque del fiumicciattolo che scorreva sotto di noi indisturbato.
Dopo aver superato altri meandri, salti e laghetti finalmente arrivammo al fondo. È al fondo che si dovrebbero provare le sensazioni più forti, più esaltanti; essere a quella profondità, invece, non influenzava assolutamente i nostri animi e ciò era un’ulteriore prova di completa simbiosi con quella grotta.
Dopo aver ammirato la bellissima sala del fondo, prima del sifone che chiude la grotta, decidemmo di risalire.
Il tempo scorreva e noi quasi non consideravavamo di essere in grotta già da 10 ore e che, secondo le previsioni, ne avremmo impiegate almeno altre 2 o 3 per uscirne. I momenti più lunghi da trascorrere furono quelli dedicati alla risalita degli ultimi salti e al passaggio degli ultimi meandri poichè la stanchezza, la sete e il freddo continuavano a consumare le forze rimaste. Particolarmente gradito fu l’urlo lanciato dal compagno che segnava l’arrivo all’ultimo pozzo da risalire, quello da 96 m.
Molte sono le sensazioni che si provano risalendo un pozzo di quelle dimensioni, ma quella più forte è sentirsi un essere insignificante, piccolo rispetto ad una manifestazione del genere che ha origine nella notte dei tempi e che chissà per quanto ancora rimarrà lì impassibile, non curante delle vicende che si susseguiranno in superficie e che, ci auguriamo, possano essere tali da non minacciare il suo ecosistema.
Alle 11 di sera, ospite da 12 ore della «Campolato», ho sganciato l’ultimo attrezzo che mi teneva legato a quella grotta, ero abbastanza stanco e assetato, ma contento, poichè quel posto mi aveva dato motivi ancora più validi da offrire a chi mi avrebbe nuovamente chiesto il solito «chi telo fa fare?».